
Dal Profondo
Blog di Nicola d'Antonio
Per chiarimenti, suggerimenti, critiche,
segnalazioni di errori (non mancano mai), proposte, ecc.

La descrizione della sofferenza è lacerante, a partire dal soffocamento da annegamento al panico che assale chi si ritrova tra le acque di un mare in tempesta.
Nella “Maschera del dolore” le linee tremolanti del volto mostrano il tormento prodotto da un malessere fisico, mentre nella “Ricerca dell’identità” la sofferenza adolescenziale emerge dal terrore della diversità e dall’esclusione dai rapporti umani.
In modo invadente condiziona lo stato d’animo dominante nella “Pazzia”, aggredisce da dentro come un predatore malefico. Nell’ira si nasconde nella perdita dell’equilibrio e riappare soffocante nella desolazione di chi perde il lavoro e non riesce più a soddisfare i bisogni della propria famiglia.
Allah salva Samir

Partimmo quando il sole
riscaldava le nostre fantasie,
con un barcone colmo di sventurati,
nutriti solo di speranze,
per portare il nostro fiore
sulla via di un futuro migliore.
Ma il mare non perdona
e ora siamo qui nella burrasca
tra le onde che annunciano la fine.
Allah tu puoi tutto,
salva Samir!
Prendi noi,
salva Samir.
Il nonno non è morto in mare
Il sole è già caldo nei pressi di Kelibia, qualche nuvola copre una parte del cielo, il vento è gradevole. I passeggeri si affollano, in silenzio, per salire a bordo. Il barcone è pronto. Sui volti si legge la paura per una navigazione su uno scafo vecchio, affollato e senza sicurezze. Chadi stringe a sé la moglie Aziza. Si tratta di affrontare il viaggio del futuro. Abbiamo risparmiato tanto, un grande sforzo per Samir, il bambino che la mamma stringe al petto con calore, quasi per rassicurarlo. Tutti a bordo in silenzio, timorosi, verso Pantelleria, verso l’Italia, con la speranza nel cuore.
Durante il viaggio il tempo peggiora, il mare cambia volto e diventa minaccioso, la burrasca trascina la barca come un fuscello, lontano dalla rotta. “Dove stiamo andando?” pensa Chadi senza allarmare la moglie, mentre il rollio e il beccheggio sballottano le viscere e gli spruzzi delle onde bagnano i corpi. “Abbiamo superato Pantelleria. I piloti di questa barca non sono esperti di navigazione. Non sanno dove siamo diretti. Siamo alla deriva. Spero che la barca non si rovesci. Allah, se la situazione peggiora, ti prego, salva Samir”.
Nella scuola elementare di Sciacca la bidella ha già preparato le aule. Alcuni bambini giocano fuori in attesa di entrare. Lungo la via della periferia che porta alla scuola, Alfio, con in mano il quaderno sgualcito, capelli scuri, ricci e spettinati, lo zainetto sulle spalle, cammina calciando le pietre che incontra. Dodicenne, frequenta, per la seconda volta, la quinta elementare. Non ha voglia di andare a scuola, aspetta d’incontrare l’amico Graziano, capelli rossi e volto pallido, anche lui ripetente, lungo il percorso che fanno insieme tutte le mattine, e proporgli di marinare la scuola. Appena lo vede in attesa davanti casa, lo saluta agitando il braccio.
«Ciao Rosso»
«Ciao Tosto» risponde Graziano.
«Oggi non ho voglia di andare a scuola. Vogliamo andare al mare? Sulla riva ho visto una piccola barca, sembra abbandonata. È buona, tutta attrezzata, non imbarca acqua e aspetta proprio noi.»
«Poi dicono che siamo i peggiori della classe. Lo sai che oggi iniziano le registrazioni per partecipare al concorso “Premio Bontà 2013”, se non ci scriviamo la maestra si arrabbia. L’anno passato abbiamo fatto schifo. Anche il parroco, che in genere sorride a tutti, ha fatto una smorfia.»
«Che minchia me ne fotte» risponde stizzito Alfio «Quelli che hanno i piccioli, vanno da papà, si fanno dare i soldi, comprano qualcosa di costoso e lo danno alla Caritas. È fatta. Vincono sempre loro. Tu al massimo puoi chiedere a tua mamma un cesto di limoni del supermarket dove lavora. Io manco quello. Io non ho neanche una mamma.»
«Ho capito, andiamo al mare».
Alfio quando parla della mamma diventa triste. L’amico lo sa e cerca di rallegrarlo raccontandogli del suo cane che s’azzanna continuamente con il gatto del vicino. Si avviano lungo il viottolo polveroso che porta alla riva ghiaiosa del mare. Il tempo non è bello, un vento fresco fischia forte e gioca con i capelli dei due ragazzi. C’è un temporale in arrivo e il cielo borbotta minaccioso.
«Siamo arrivati. Dove si trova questa barca?» chiede Graziano volgendo lo sguardo ad Alfio.
«Eccola! Guarda lì. È nascosta dietro quei cespugli.»
«Sei sicuro che non ha un padrone? Minchia, se ci scopre, ci ammazza. E poi … io ho paura. Mica lo so condurre una barca. E tu? Non hai paura?»
«Che ci vuole. Ci sono i remi. Non hai mai visto uno che rema?»
Ciò detto inizia a togliere i cespugli da sopra la barca, poi, voltandosi verso l’amico, urla:
«Che minchia fai! Dammi una mano, da solo non ci riesco».
Anche Graziano si mette a spingere la barca verso la riva. Appena riescono a metterla nell’acqua qualche goccia di pioggia inizia a cadere dal cielo e, di tanto in tanto, un fulmine precede un tuono che rimbomba in lontananza.
«Tosto, ripensaci. Qui andiamo a finire male».
«Be? Non dobbiamo fare un atto di bontà?» aggiunge Alfio con ironia «Forza e coraggio, non ci mangia nessuno. E poi non siamo digeribili, siamo troppo cattivi».
«Tosto ripensaci. Guarda il mare come è agitato, e peggiora sempre di più. Sta solo aspettando che facciamo una minchiata.»
«E già. Hai ragione tu… come al solito. Il vento è troppo forte e le onde crescono ogni minuto. Aiutami a rimettere a posto la barca. Se lo viene a sapere il padrone altro che un atto di bontà, quello ci fa un culo così».
Ma rimettere a posto la barca è difficoltoso, ora è in leggera salita.
«Ci conviene prima riposare un po’. Recuperiamo le forze.»
«Dobbiamo spicciarci altrimenti ci bagniamo: la pioggia aumenta. Quando torniamo a casa che diciamo? che nella scuola piove dal tetto?» urla Graziano per farsi sentire disturbato dal vento che fischia forte.
Alfio incurante si mette a guardare il mare tumultuoso grattandosi la testa.
«È bello. Mi piace osservare il mare incazzato, mi somiglia…» aggiunge senza curarsi di essere ascoltato. «Oh! Guarda.» Improvvisamente si mette a gridare agitando con energia le braccia «Guarda! Ci sono dei corpi che galleggiano, sono persone, vengono trasportate dalle onde come stracci. Sembrano morte».
«Minchia! Hai ragione. Dobbiamo avvisare la polizia» urla Graziano.
«Si, così ci arrestano... Guarda là. C’è un mucchio di legna. Sopra c’è un bambino».
«Ma no! sono stracci abbandonati».
Alfio senza indugiare spinge la barca in mare e vi salta su.
«Che minchia fai Tosto. Vuoi morire? Oh! Madonna santissima, che fai? Torna indietro! Non sai guidare una barca e il mare è incazzato, non lo vedi? Torna indietro stronzo!» Urla con terrore Graziano.
Alfio accetta la lotta con la burrasca. La barca inizia a beccheggiare paurosamente. Con il mare cattivo è difficile avanzare. Il ragazzo, sottoposto a una danza pazzesca, cerca di non perdere l’equilibrio. Le onde si rovesciano sulla barca. Mentre con un secchio vuota lo scafo con l’altra mano cerca di remare per avvicinarsi al gruppo di tavole in balia delle onde. Lo sforzo è grande, non si scoraggia, pensa al nonno pescatore morto da pochi mesi. Lui era forte. Il mare non gli faceva paura. La nonna dice spesso che il nonno non è morto in mare e che lui gli somiglia molto. Le tavole sono a pochi metri. “Minchia, è proprio un bambino. Sembra vivo. Come faccio a prenderlo?” Prova più volte con il remo, ma invano. “Se insisto il bambino rischia di cadere in acqua”. Prende una corda fissata alla barca e se la lega alla cintura. Si fa coraggio e urla al cielo:
«il nonno non è morto in mare».
Si getta in acqua, nuota contro le onde con affanno.
«Minchia, tu sei proprio pazzo» urla Graziano dalla riva «Dio, se ci osservi, aiutaci, per favore.»
Alfio riesce ad avvicinare il bambino e, mentre ingoia acqua di mare, cerca di afferrarlo. Lo prende, con uno sforzo lo solleva e lo posa nella barca. Prova a risalire ma le forze non ci sono più. Si sente stanco e sfibrato. “E ora? Non ce la faccio più.” Ha paura. Si fa coraggio pensando alla nonna che raccontava. «Il nonno non è morto in mare» grida mentre l’acqua gli esce dalla bocca «lui la forza l’avrebbe trovata». Si appende alla corda e, gettando un urlo, fa uno sforzo tremendo e riesce a risalire. È a bordo ansimante, il cuore batte veloce. Pian piano riprende fiato mentre le onde seguitano a rovesciarsi nello scafo. “Devo proteggere il bambino”. Il ritorno verso la riva non finisce mai, il freddo entra nelle ossa, la barca è piena d’acqua e lui deve difendere il bimbo. La soddisfazione di essere vicino alla salvezza gli dà la forza per andare avanti. Arrivato alla riva lega la barca ad uno scoglio e prende il bambino che piange tra le sue braccia.
«È vivo!» urla guardando Graziano con il volto illuminato, mentre l’acqua dai capelli scivola sul viso «Sul collo ha un ciondolo. Si chiama Samir.» aggiunge con un sorriso. Poi, cambiando espressione, urla all’amico:
«Cosa aspetti, corri a chiamare qualcuno».
«E poi ci arrestano» precisò Graziano.
«Ma chi se ne fotte» urla facendo segno di andare.
Graziano inizia a correre verso il centro abitato. Le gambe sono veloci e il cuore batte forte ma un pensiero lo rallegra: “Chissà quanto s’incazzerà la maestra quando saprà che quest’anno il Premio Bontà l’ha vinto il peggiore della classe marinando la scuola”.
La maschera del dolore

Quanto dolore arriva
da queste corde lacerate,
tese, sfibrate,
trasformate in strumenti
traboccanti di sofferenza.
Alla ricerca dell'identità

Arriva inatteso quel giorno
quando, trascinato dal terrore della diversità,
insegui il sospirato equilibrio
svanito nei meandri della mente
dove l’inconscio regna sovrano
e l’io si perde alla ricerca di se stesso.
La pazzia

Ho perso il presente,
spaventato e smarrito.
Vittima del tormento interno,
dei nemici che dall’inconscio mi offendono.
Urlo “aiuto, aiuto”,
grida che tuonano nella mente
come gli echi morti dei miei simili.
I condannati
È sera, il cielo è coperto da nubi. C’è una pioggerellina fitta e insistente che rende scura la giornata. La stanza è scarsamente illuminata. Dal vetro del quadro appeso alla parete riesco a vedere il volto di Gino seduto sulla poltrona. Mi volge le spalle, si comporta come se io non ci fossi. Il professore chiede sempre ai pazienti se accettano il tirocinante durante le sedute. In genere i malati annuiscono come se per loro non avesse importanza, non hanno occhi per gli altri, sono completamente assorbiti dal tormento interno. Gino si guarda le mani. Oggi non sembrano tanto screpolate e tremano anche meno di ieri, poi dice con soddisfazione:
«Quando vengo a fare terapia mi sento più calmo»
«Perché?» chiede l’analista guardandolo negli occhi.
«Non lo so… forse perché le dannate voci che sento dentro la mia testa hanno paura e non vengono a tormentarmi» risponde mettendosi le mani tra i capelli spettinati e asciugandosi il sudore del volto.
«Quando li senti?»
«Sono sempre presenti, spesso nei momenti meno opportuni… Quando sono solo mi bombardano la mente con suggerimenti abominevoli, schifosi… e quando mi trovo tra la gente urlano e vogliono che faccia del male. Non smettono mai, non si stancano ed io ho paura. Sudo molto e ho voglia di picchiarmi la testa per farli smettere… una volta l’ho fatto e un signore è fuggito terrorizzato».
«Tu non hai mai fatto del male alle persone»
«No mai, ma loro ci provano lo stesso, non mi lasciano stare… mi tormentano. Sembrano delle iene che azzannano la preda con un forte sapore di odio. Da dentro la testa, iniziano dall’orecchio e incominciano a suggerire “colpiscilo, dagli un pugno, guarda come è brutto, fallo cadere, sputagli in faccia” e… roba del genere. Soffro… continuamente, ingoio questo senso di angoscia, di buio amaro. Ecco perché vengo a fare terapia, sono gli unici momenti di tranquillità. Hanno paura. Sì, loro hanno paura di lei. Ah! Meno male» dice fregandosi le mani.
«Le prendi le medicine?»
«Qualche volta. Se li prendo la mente si ferma, come se si bloccasse, le voci non spariscono, sono ovattate ma… e non riesco a fare più nulla. Mi rincretiniscono.»
«Devi prenderle, ti aiutano a non pensare e a stare tranquillo. Non puoi escludere dalla tua vita il mondo esterno, stare solo non ti aiuta e se non le prendi ti isoli e peggiori la situazione».
«Si. Ieri mi è successo un fatto.»
«Racconta.»
«Stavo in un bar, desideravo un gelato. C’era una signora con una bambina… oltre al barista… ed ecco che si presentano le perfide voci: “dagli un pugno in faccia, colpiscila, guarda la bottiglia, rompila sulla sua testa, con un colpo solo, basta un colpo” e io rispondevo ad alta voce “no, non voglio, lasciatemi in pace” e poi, per farli smettere, ho dato un violento pugno su un tavolo. I bicchieri sono caduti e si sono rotti, la signora si è spaventata ed è corsa via con la bambina. Sono rimasto dispiaciuto. Mi trattano come un appestato e me lo merito. Non ho mai fatto del male, ma sento di essere pericoloso… divento cattivo. Se non riesco a dominarmi… non mi rimane che… non riesco più a tollerare tutto questo».
«Devi trovare un equilibrio che ti dia la possibilità di convivere con gli altri. Devi imparare a non ascoltare le voci, lasciale imprecare. Prendi in considerazione il ricovero in una clinica per un periodo. Ne conosco una buona. Staresti tra le persone, in modo protetto. In quell’ambiente le tue voci potrebbero avere paura e lasciarti in pace.»
«Si, forse è giusto. In passato il manicomio mi faceva paura ma oggi sono io che mi faccio paura».
«Il termine manicomio non mi piace, chiamiamola clinica psichiatrica».
Due giorni dopo anch’io vado in clinica per seguitare il mio tirocinio. Ci sono molti corridoi, troppo lunghi, con le pareti lucide e vuote. Il clima è pessimo, un odore di medicine, di sofferenza e di tristezza. Un mugolio continuo esce da una stanza. Parole senza senso fuggono dalle porte semiaperte. Un paziente tutto tremolante viene accompagnato, chissà dove andrà. Forse ho sbagliato specializzazione, non sopporto il dolore degli altri e questo dolore è difficile da gestire. Mi sembrano condannati senza colpe ad una sofferenza eterna.
Entro nella sala principale, tra gli altri pazienti trovo Gino. I malati non chiacchierano, sono assenti. Nessuno rivolge la parola agli altri. Ogni individuo è rinchiuso dentro il proprio guscio e non riesce a vedere gli altri. Uno dondola con la sedia, un altro mugugna qualcosa, un vecchio impreca mentre batte la mano sul tavolo. C’è chi si tira i capelli e chi cammina avanti e indietro lungo una parete aspettando che il tempo passi. Gino è spaventato, si è rannicchiato in un angolo e si regge la testa. Mi avvicino.
«Come ti senti oggi?» gli chiedo.
«Non capisco più se dormo o son sveglio» mi dice tremando con una smorfia di sorriso. «Mi è venuto a trovare il vecchio analista. Lo guardavo con occhi sgranati mentre parlava, ma non ascoltavo. Gridavo “basta, basta” ma la voce non usciva. Da quando mi fanno quelle punture non ho più la forza di urlare. Anche mio fratello si spaventa quando mi vede. È per questo che non viene più. Da quando è morta la mamma non ho più nessuno».
«Ma sei entrato solo ieri» dico con aria interrogativa. Lui non risponde. Sembra guardare nel vuoto. Poi arriva un infermiere con le medicine.
«Tieni prendi… manda giù».
Lui scuote la testa, si vede che ha paura.
«Dai! prendi altrimenti… lo sai… chiamo i miei colleghi.»
Gino sconsolato prende le medicine e le ingoia, poi china la testa. Da una stanza esce una signora di mezza età, tremolante, con i capelli spettinati e il vestiario trasandato. È sporca, emette un cattivo odore. Un infermiera la sostiene, non riesce a stare in piedi. Batte i denti rumorosamente.
«Cos’ha?» chiedo con un nodo in gola.
«Le solite cose» risponde l’infermiera senza preoccuparsi di me.
Sono stanco e depresso. Guardo l’orologio, vorrei fuggire. Qui è anormale anche lo scorrere del tempo. Aspetto con impazienza il momento di andare via. Improvvisamente Gino si alza urlando:
«Basta! Basta!»
Corre verso un muro, batte violentemente la testa alla parete. Il sangue esce abbondante. Mi alzo spaventato. Un gruppo di infermieri accorrono imprecando. Sono scioccato. Un senso di vomito mi assale. Corro via, esco dalla clinica ansimando. Dio mio! Quanto dolore! Ma cosa hanno fatto di male? Mi calmo. Il vento mi rinfresca il volto sudato. Guardo gli alberi che costeggiano il viale. In fondo c’è la libertà. Ho deciso, voglio fuggire. Non sarò mai un buon analista.
L'incazzato

Quando l’ira offusca il pensiero
e la ragione soffoca nelle prigioni della mente
tutto si dissolve nella stupidità umana.
Il dito in più

Privati del lavoro
Provammo a cercare il coraggio,
ma la scodella vuota
alimentava lo sconforto.
La vergogna di non riuscire
a nutrire mia figlia
mi lacerava il cuore.
“Lottate, lottate”
urlavano alle nostre orecchie
mentre il potere si allontanava
uccidendo il nostro futuro.