
Dal Profondo
Blog di Nicola d'Antonio
Per chiarimenti, suggerimenti, critiche,
segnalazioni di errori (non mancano mai), proposte, ecc.

Cinque componimenti che provano ad entrare nella psiche per cercare, nel profondo, l’io diverso, l’io che si nasconde alle vicende quotidiane. Si scoprono personaggi occulti, imprigionati nell’inconscio, pronti a fuggire quando la mente si rilassa. Generatori di angosce che nutrono la latente paura della solitudine, differenti stati di coscienza che mettono in dubbio l’oggettività della realtà e conducono all’io profondo, alla pace di chi riesce a volare, di chi si libera dell’inconscio per entrare nel mondo dei ricordi.
Dal profondo

Guarda.
Dal profondo dei tuoi occhi
emerge la paura del dubbio,
la sottile angoscia che tormenta i tuoi sogni,
la solitudine che nutre la tristezza,
la coscienza che prova la tua presenza.
Osservati.
Ti scopri diverso,
con il sapore della desolazione,
il senso del nulla
che violenta la tua esistenza.
Provaci.
Se scavi nel profondo
e ti liberi del presente
trovi l’essenza del tuo io.
Il sogno

Una colomba
nel buio, tra gli alberi,
vola smarrita,
tra proiezioni confuse
e immagini sovrapposte.
Mi desto turbato
con il sapore dell’ignoto che avvolge i pensieri,
mentre l’onirico cerca una via d’uscita
dal labirinto della mente,
alla ricerca di un senso.
La colomba
Mi trovo tra la folla. C’è fumo dappertutto, un baccano infernale. La luce si fa spazio tra le persone e si posa su una donna anziana. La riconosco, è mia nonna. Non era morta? No, è viva, è tornata e mi sorride. Parla con affetto ma non capisco cosa dice. Le persone che mi circondano chiacchierano. Il bagliore cresce e diventa quasi accecante. C’è anche la mamma intenta a lavorare su un oggetto che non riesco a vedere bene. Mio padre è lontano, svanisce nella nebbia. Gli corro dietro senza raggiungerlo. Improvvisamente diventa sera, il sole rosso tramonta all’orizzonte. Sento il fresco che mi avvolge. Il mio vecchio amico Giorgio si lamenta per una ferita al ginocchio. Osservando meglio non è Giorgio, si tratta di una vecchia conoscenza. Mi sforzo, ma non la riconosco. Il frastuono si placa. Appare Lisa, la mia ragazza, che balla nel cortile sul ritmo di una musica dolce e melodiosa mentre lenzuola di seta svolazzano nell’aria. Il vento lentamente porta via la nebbia, tutto brilla con il bagliore della sera, persone, case, prati.
Dall’orizzonte spunta una colomba di colore nero, con le ali che riflettono il rosso del tramonto e la sua ombra che copre il terreno. Si avvicina e man mano diventa più grande. Ora appare enorme, le ali sono immense e coprono quasi interamente il cielo. Tutti i presenti hanno paura. Mi sento tranquillo, percepisco che non vuole farmi del male. Entra in un bosco con grandi alberi e là mi ritrovo anch’io. Il cielo è più scuro. Il crepuscolo si nasconde dietro i rami, solo qualche raggio di luce si fa spazio tra le foglie. La colomba vola nel labirinto creato dai tronchi, tenta di uscire dal bosco ma non ci riesce: è intrappolata come in una gabbia troppo stretta. Il suo volo è agitato. Accelera per il desiderio di liberarsi il più in fretta possibile, rischia di sbattere agli alberi e così è costretta ad improvvisi cambiamenti di direzione. Sono preoccupato per lei, anche perché mi sembra che continui a crescere e il bosco diventa sempre più stretto e soffocante. Ora è immobilizzata in una vera gabbia.
Sento mia madre che mi chiama «Svegliati Luca» ma io penso alla colomba che non è ancora libera, la vorrei aiutare e combatto per non svegliarmi. «Svegliati Luca». Mi desto, apro gli occhi e vedo la mamma che sorride.
«È tardi, devi andare a scuola».
Mi alzo assonnato. Dentro di me sento il rammarico per il sogno interrotto. I ricordi sono confusi, poco fa erano più chiari. Mi affaccio alla finestra e vedo una piccola colomba nera sul cornicione del palazzo di casa mia. Le sorrido. “Ti sei liberata finalmente” penso “che strano sogno”.
Fuga dall'inconscio

Quando la notte invade le stanze
ombre beffarde sfuggono all’inconscio.
Oscuri personaggi
danzano con le paure
e creano angosce
per giocare con l’occulto.
L’ombra
«Mamma, mamma» Luca grida dalla cameretta nel pieno della notte.
Gianna si alza dal letto, si affretta e corre dal suo piccolo, spalanca la porta e allarmata chiede:
«Cosa c’è, caro? Perché gridi?»
«È andato nell’armadio» risponde il bambino seduto sul letto puntando la porta del mobile con l’indice tremolante e il braccio teso.
«Chi è andato nell’armadio?»
«L’ombra»
La mamma spalanca le porte del mobile per dimostrare al bambino che dentro non c’è nessuno, sposta i vestiti e dice:
«Hai visto. Ci sono solo indumenti. Non avere paura, è stato un brutto sogno».
“Da due mesi va avanti così” pensa Gianna “lasciare la luce accesa di notte, la porta della cameretta aperta non serve a niente, le paure seguitano a manifestarsi. Non capisco il perché di questi incubi ad occhi aperti, li avevo sottovalutati ma adesso inizio a preoccuparmi seriamente”.
«Non sono incubi» ribatte il ragazzo «Mi svegliano, sono ombre, ombre che fuggono, fanno un baccano tremendo, si nascondono nei punti più bui della camera, da tutte le parti».
“Devo parlarne con Andrea, il suo papà. Purtroppo la nostra crisi coniugale aggrava la situazione, è un periodo brutto, sono smarrita e non so cosa fare”.
«Il bambino si comporta in modo strano» afferma la maestra. «All’inizio dell’anno scolastico era sereno. Ora disegna personaggi strani con una velocità incredibile, in bianco e nero, tristi e sempre in fuga. Perché non parla con qualche specialista? Uno psicologo potrebbe aiutarlo. Gli faccia vedere i disegni. Qualcosa uscirà fuori».
“Portare il bambino da uno psicanalista mi fa paura” riflette la mamma “non vorrei che Luca si convincesse di essere malato… E se lo fosse? Dio mio, che faccio?... Posso chiedere un consiglio a Mary. Mia sorella è dottoranda in psicologia, lei può inquadrare meglio di me la situazione. Si, lei mi aiuterà”.
Mary arriva il pomeriggio per salutare la sorella, come era solito fare. Gianna si apre, le parla preoccupata e la convince ad aiutarla ad inquadrare la situazione.
«Provaci. Fammi questo favore. Stai attenta però, il bambino ha paura, forse non se la sente di affrontare l’argomento. Ti prego, sii delicata».
La sera Mary, mentre si ascolta una buona musica, si rivolge al nipotino con una carezza
«Caro, sai cosa mi piacerebbe? Vedere i tuoi disegni. La mamma mi ha detto che ne hai molti. Sono molto curiosa. Ti dispiace?».
Con meraviglia della zia, Luca non si fa ripetere la domanda. Si alza di scatto come se non aspettasse altro. Corre alla scrivania, apre il tiretto e tira fuori un pacco di fogli abbozzati.
«Mamma mia quanti ne hai. Vedo che hai lavorato tanto».
«Si, è meglio disegnarli» risponde il bambino.
Sul primo foglio è schematizzato uno strano individuo ombreggiato, senza collo, con la testa compressa sul torace, i denti visibilmente serrati, il corpo teso e contorto nel tentativo di fuga da una zona completamente oscura.
«Chi è questo strano personaggio che corre?» chiede la zia.
«È un’ombra che fugge e va a nascondersi» risponde Luca, senza esitare, con l’atteggiamento tipico di chi si aspetta altre domande.
«Da dove fugge?»
«Da me.»
«È un tuo amico?»
«No, lui è cattivo, quelli buoni non serve disegnarli»
Mentre chiacchiera col bambino Mary si rende conto di non essere in grado di affrontare il problema. Dopo la chiacchierata Luca si mette a raccogliere i disegni e la zia si reca in cucina dalla sorella e, parlando a bassa voce, propone:
«Senti Gianna se tu sei d’accordo ne parlo con il mio docente. È uno psicanalista infantile molto bravo, umano e sicuramente sarà disponibile a vederlo senza nessun impegno. Potremmo presentarlo come un amico di Andrea. Che ne dici?»
Gianna è perplessa, ci pensa un po’, si alza dalla sedia, gira nella stanza come se cercasse la risposta. Non sa che fare. Alla fine decide:
«Va bene. Facciamo questo tentativo… cerca di capirmi… ho qualche dubbio e un po’ di paura. Non vorrei aggravare il problema».
«Stai tranquilla, conosco molto bene il professore, non può succedere nulla di male, fidati».
Quella sera il professore Alferi arriva con il suo faccione cordiale e sorridente mentre chiacchiera con il padre di Luca. È vestito in modo semplice, come se si recasse ad una lezione universitaria. A lavorare in cucina c’è Gianna aiutata dalla nonna del bambino. I commensali si mettono a discorrere intorno al tavolo parlando cordialmente di questioni sociali. Mary sorride con piacere alle battute di Andrea mentre sorseggia un po’ di vino e Alferi prova a coinvolgere Luca nelle spiritosaggini del padre. La serata trascorre serenamente. Dopo cena il professore rafforza la sua amicizia con il bambino mostrandogli dei pupazzetti colorati e invitandolo a giocare insieme. Si recano nella cameretta di Luca e si mettano a giocare sul tappeto. La porta è aperta e la mamma, dalla cucina, può vedere la scena mentre, apparentemente disinvolta, lavora ai fornelli.
Il bambino e l’anziano ridono e scherzano. Alferi parla molto gesticolando, Luca spiega i suoi disegni battendo le mani sui fogli sparsi sul tappetto, indica i punti dove le ombre si nascondono. Sotto il letto, nell’armadio, dietro la tenda, nei comodini. Il dialogo dura quasi tutta la serata e, con sorpresa della madre, il bimbo non mostra stanchezza. Ad un certo punto i due si mettono a cantare e questo strappa un sorriso a Gianna. Andrea annuisce soddisfatto rassicurando la moglie. Dopo un po’ il professore si alza e propone:
«È ora di andare a riposare. Che dici?»
La mamma accompagna Luca sul lettone della camera grande, accende la lampada e, impaziente, torna in sala da pranzo per parlare con l’analista. Tutti si siedono intorno al tavolo per ascoltare le parole del professore.
«È un ragazzo eccezionale.» Esordisce «Ha un’intelligenza viva, una mente veloce, elabora in continuazione. È molto creativo. Crea una grande quantità di personaggi e spesso confonde la realtà con la fantasia. Per lui sono persone vere, ognuna ha una propria personalità. Ha molti amici immaginari che chiama “i buoni” ma genera anche personaggi scomodi, ombre beffarde, losche e cattive che fuggono dall’inconscio e si nascondono per non essere catturate. Il suo io è forte. È già in lotta per difendere il suo equilibrio. Ha trovato un’arma potente che utilizza senza risparmiarsi: disegna. Se riesce ad intrappolarne una sul foglio l’ombra sparisce e non ricompare più… è uno strumento che funziona.»
«Mi sembra un comportamento bizzarro, dobbiamo preoccuparci?» chiede Gianna.
«No. Dovete stargli vicino, rassicurarlo e lasciarlo disegnare. Fategli capire che il suo comportamento è lodevole. È un atteggiamento diverso dalla normalità perché lui è diverso, ma in senso positivo... Qualcosa in più potete fare. Provate a rispondere alla domanda: “perché solo in questo periodo è apparsa l’esigenza di disegnare questi loschi individui?”»
«Perché?» chiede Andrea sperando in una risposta rassicurante.
«Non ve ne siete accorti ma la mente di Luca crea personaggi da molto tempo. Solo da poco però questo rappresenta un problema. Credo che si ritenga responsabile della vostra crisi coniugale» dice volgendosi ai due coniugi «si difende inventando dei loschi personaggi ai quali attribuisce la responsabilità di quello che lui vede come un disastro familiare. Non litigate davanti a lui e provate a ricreare un clima sereno. Se ci riuscirete egli cesserà di sentirsi responsabile e tutto tornerà nella normalità. Ricordatevi: è un ragazzo eccezionale. Siete disposti a mettere le vostre esigenze in secondo piano? Solo così potete aiutarlo».
Sospeso

Elevarsi,
annullare la gravità,
percepire il vento fresco sulla pelle.
Sospeso fra le nuvole
per ascoltare il silenzio,
la pace del pianeta
che ti culla materna,
in spazi
dove la tristezza è assente.
Il volo
Tra le nuvole il vento freddo batte sul volto, il veicolo vibra paurosamente, quel maledetto bullone si è rotto, l’asse che mantiene la struttura si piega e inevitabilmente perdo quota. Precipito, cerco di raddrizzare il mezzo, di planare, ma l’aliante ruota su se stesso, è ingovernabile, sono disorientato, non mi rimane che attutire la caduta. Tremo, il fiato mi manca, l’angoscia mi soffoca e mi sveglio sudato con il respiro affannoso e il cuore che batte in bocca veloce. Mi ritrovo su questo letto d’ospedale con le gambe paralizzate. Da quando è accaduto l’incidente le notti rivivo la sciagura, quel maledetto impatto che mi ha tolto l’uso delle gambe. Quel dolore lancinante, quel fumo irrespirabile, il groviglio di lamiere e il sapore del sangue nella bocca. Vorrei dimenticare, ma sembra che di notte il mio cervello si diverta a tormentarmi. Avevo costruito con le mie mani quell’aliante, con tanta passione. Era tutto perfetto nonostante l’età del veicolo, ma quel perfido bullone si è rotto. L’avevo stretto bene, forse troppo e l’asse inaspettatamente ha ceduto.
Non sopporto l’idea di passare il resto della vita su una sedia a rotelle. Quello che mi manca è la possibilità di volare, l’unico interesse che ho per la vita è sentire il vento sulla pelle, entrare nelle nuvole, vedere la terra dall’alto e planare, planare fino a posarmi con delicatezza su un campo. Rifiuto questa nuova realtà, ho perso tutto. La depressione, fino ad oggi sconosciuta, mi assale, non riuscirò ad andare avanti così, la vita mi appare sempre più inutile.
Entra Sandro, il mio amico di volo, con un pacco di biscotti in mano. Viene a trovarmi tutti i giorni ma, purtroppo, non abbiamo molto da dirci. Parlavamo continuamente, sempre di voli, la passione per l’aliante ci univa. Le sue visite sono piene di silenzi. Lui la mia caduta l’ha vista dall’alto, sa che non ho parenti e che da molto tempo ho rotto con la mia ex ragazza. È un bravo giovane, sente il dovere di venire a farmi un po’ di compagnia.
«Ciao, come ti senti oggi?»
«Come ieri. Il dolore fisico lo accetto… è l’idea del futuro che non sopporto.»
«Devi reagire… i cambiamenti nella vita ci sono e spesso sono irreversibili.»
Non rispondo. Sono frasi di rito, non servono a nulla, creano solo disagio. Lui è imbarazzato, non sa che dire, ma io non riesco a preoccuparmi di questo, penso alla mia condizione. Stiamo in silenzio per un po’.
«Mi hanno detto che non mangi. Perché?»
Non ho voglia di rispondere. C’è un pensiero fisso che mi gira nella testa da giorni. Non voglio adattarmi a questa nuova situazione. Mi faccio coraggio e lo coinvolgo:
«Devi aiutarmi.»
«Si, dimmi cosa posso fare.»
«Non riesco a vivere senza volare. È da bambino che ho fatto del volo l’unica mia ragione di vita. Ho deciso, voglio morire… Aiutami a morire. Procurami qualche mezzo per farla finita.»
Sandro rimane pietrificato, non si aspettava una simile richiesta. Ha un nodo in gola. Non riesce a rispondere. Poi alterato reagisce:
«Ma che dici?... di persone paralizzate ce ne sono tante ma nessuno si suicida! Nella vita ci sono tante cose che uno può fare senza l’uso delle gambe. Ora sei depresso ma la situazione cambierà… vedrai».
«Non è una decisione affrettata, ho riflettuto molto, ma non voglio parlare di questo. Tu sei il mio unico amico. Vuoi aiutarmi si o no?»
«No, no!» urla Sandro «non puoi chiedermi questo!».
Rimango in silenzio. Qualcosa ci separa, ci allontana, non c’è più nulla da dire fra di noi. Prendo atto: con l’incidente è morta la voglia di vivere ma anche la nostra amicizia.
Passano i giorni. Le visite di Sandro sono diminuite ed io non ho nessuno con cui parlare e nessuno a cui chiedere aiuto. La solitudine mi opprime. Trascorro il tempo a sentire le patetiche battute degli infermieri tra la noia e i pasti serviti ad orari fissi. Andrò a finire in qualche clinica in attesa di trovare da solo il mezzo per chiudere la mia esperienza terrena.
Una mattina, nella mia stanza, entra un signore alto e magro, di circa quarant’anni, con i vestiti poco curati, una folta chioma nera, la barba incolta ed un sorriso, appena accennato, stampato sul viso.
«Ciao, mi chiamo Luca. Sono venuto a trovarti.»
«Perché? Ti manda qualcuno? Mi conosci?»
«No, faccio volontariato. Mi piace parlare con le persone, raccontare la mia storia e sentire la loro.»
«Che mestiere fai?»
«Scrivo racconti e disegno quello che vedo dentro di me.»
«Attività che si possono fare anche senza le gambe».
«Esatto! Ma non è di questo che vorrei parlare.»
Luca si è affezionato a me, l’ho capito da come mi parla. Mi viene a trovare ogni giorno. È diventato mio amico. Siamo entrati in confidenza, parliamo di tutto. Ora sono pronto per chiedergli l’aiuto di cui ho bisogno. Mi faccio coraggio e gli racconto la mia storia. Alla fine lo esorto ad aiutarmi a morire. Lui per un po’ sembra pensare. Dal suo volto non riesco a capire se, rispetto alla mia richiesta, è più o meno possibilista. Ad un certo punto mi dice:
«Io posso aiutarti»
«A morire?»
«No, a vivere».
Luca è imprevedibile. Non si riesce mai a capire cosa ti stia per dire. Mi ha incuriosito e resto in attesa di chiarimenti.
«A vivere volando… Prova a riflettere. Se guardo un tramonto vengo travolto da sensazioni piacevoli, inconfondibili. Le stesse emozioni le posso ottenere guardando il tramonto con la mente, identiche!» Si ferma a pensare, poi aggiunge «Con la meditazione. Posso insegnarti a viaggiare, a volare… con la mente. Quando imparerai entrerai in mondi fantastici che non si possono ottenere neanche portando il corpo tra le nuvole. L’importante è trasferire l’anima negli immensi spazi celesti. Non ti sembrerà di volare, volerai veramente. Si tratta di rinascere ad una nuova vita, migliore di quella precedente» mi vede perplesso, mi sorride e conclude: «pensaci» e va via come se volesse lasciarmi solo a riflettere.
Il mio pensiero naviga tra i ricordi. Un vecchio saggio indiano mi parlava spesso della meditazione ma io non l’ho preso mai seriamente in considerazione. Ricordo un prete di campagna che amava coltivare gli ortaggi. Li curava con amore come se fosse un rito sacro. Un giorno gli chiesi:
«Padre, non le da fastidio combattere continuamente contro queste erbacce che crescono incontrollate?»
E lui rispose:
«Noi possiamo anche distruggerle ripetutamente ma la vita vince sempre sulla morte.»
È strano. Dopo l’incidente mi tornano alla mente frasi sentite anni fa alle quali non avevo dato alcuna importanza, tornano carichi di significato quasi a rimproverarmi l’incapacità passata di ascoltare. Ero troppo pieno di me stesso? Chissà! Non esisteva che il volo, solo il volo.
Forse Luca ha ragione. Provare non mi costa niente, non ho nulla da perdere.
Arriva nel primo pomeriggio, quando molti pazienti dormono e lungo i corridoi regna il silenzio. Entra con un lettino ed un cuscino, senza fare rumore. Abbassa le tapparelle e crea la penombra. Dobbiamo chiudere gli occhi e vedere con la mente, afferma. Mi sistema il cuscino dietro la schiena e si siede a fianco a me sul lettino.
«Siamo pronti?» mi domanda con il solito sorriso.
«Si, sono pronto» rispondo mostrando un po’ di tensione.
Lui sorride e con gli occhi fa un cenno di incoraggiamento. Iniziamo la tecnica di rilassamento, a partire dalle gambe.
«Non fa niente se non li senti» mi dice «immagina di sentirle e risali pian piano fino a coinvolgere tutto il corpo, le braccia, i muscoli del volto, della testa, del collo, della schiena. Muovi il tuo corpo con piccoli spostamenti, rilassa i muscoli, uno ad uno; le tensioni devono sciogliersi lentamente come se si dissolvessero nell’aria». Poi emette un suono caldo, dolce e ripetitivo che trascina l’attenzione e impedisce di riflettere.
«Elimina i pensieri. Liberati. Esisti solo tu, la tua essenza, la tua anima, pronta ad abbandonare questo corpo. Vieni con me, usciamo, andiamo nei campi, tra il profumo dei fiori, negli immensi spazi, siamo liberi».
Parla raramente, scandisce le parole, e riprende il dolce suono. Mi sento bene, rilassato. Lui mi tocca leggermente sul braccio per impedirmi di addormentarmi. Ma io non ho voglia di dormire, una piacevole sensazione mi assale: vorrei volare. Ora sono veramente libero. Luca non c’è più. Sento il vento che accarezza il mio volto. Sono leggero, la mia anima lentamente si solleva. Vedo il terreno allontanarsi, le nuvole che mi vengono incontro e mi avvolgono. Ricordo le sensazioni passate, percepisco la frescura e mi sento planare tra le colline. Sono molto in alto. Le cime delle montagne accarezzano i miei piedi e sento un’immensa gioia invadermi. Vorrei rimanere qui per sempre ma il mio amico, in lontananza, mi chiama.
«Scendi, torniamo a casa, lentamente, rientriamo nei nostri corpi».
Sono giorni che io e Luca voliamo insieme. Gli sono molto grato, non pensavo fosse così bello.
Ricordi

Riaffiorano
dolci e carezzevoli,
cullano il presente
e colorano il passato.
Fiabeschi ricordi
che allontanano il meschino quotidiano
ed elevano il sapore dell’oggi.
Ricordi d’infanzia
Il vento fischia forte questa sera… sui tetti, lungo le strade, tra gli alberi del bosco. Il rosso del tramonto dipinge le case, penetra nelle fessure e colora le mie mani. Le serrande sbattono con una cadenza monotona che accompagna il dondolare dei rami degli alberi e il fruscio continuo delle foglie. Il ritmo mi culla e dolcemente si mescola a ricordi lontani.
«Luca!» urlava mia nonna quando mi chiamava per la merenda. La sua voce si propagava lungo i campi ghiaiosi e infuocati. La guerra era finita da qualche anno. Ero piccolo, appena camminavo. Sento ancora, come in un sogno confuso, la melodia di quel suono e vedo il suo sorriso che mi accoglieva quando correvo, quando cadevo e, con la polvere che si alzava, sentivo il bruciore delle ginocchia insanguinate. Mia madre mi veniva incontro prendendomi tra le braccia per rassicurarmi.
Ricordo un Luca tormentato. Nel buio della notte personaggi occulti venivano a disturbare i miei sogni. Si nascondevano in posti scuri, apparivano nei momenti più delicati, quando rimanevo solo a vivere una dimensione che il bambino percepiva come essenza, quando il pensiero facilmente navigava e l’anima era libera di spaziare. Mi sentivo incompreso, chiuso nell’universo interiore e lontano dalla realtà oggettiva che scandiva gli eventi. Ricordo quei giorni, con la febbre alta, quando abbandonavo il corpo e volavo fino a raggiungere altezze astronomiche dove la Terra appariva una grande palla azzurra e poi venivo risucchiato da una carezza sulla testa che mia madre mi donava. E la paura di essere abbandonato, in quel giorno di fine collegio, sul pullman che sostava nella grande piazza dove i paesani, seduti al bar, scherzavano con i personaggi bizzarri del paese. Percepivo una timidezza soffocante che mi tormentava l’essere e la solitudine di un bambino con un mondo interno enorme, come immenso era quello esterno.
D’estate scendevamo verso il mare con il cestino dei panini. L’odore delle alghe secche si propagava lungo il sentiero, tra le canne, e annunciava la vicinanza della spiaggia ghiaiosa. Gli scogli ci aspettavano ogni giorno mentre il mare limpido li bagnava con quel caratteristico fruscio rinfrescando le cozze sul bagnasciuga. I ciottoli sul fondo giocavano con i colori della luce, mentre la superficie delle acque oscillava lentamente. Aspettavamo impazienti il permesso di fare il bagno, di giocare con le onde, gustare il sapore del sale nella bocca e guardare, con la testa immersa nell’acqua, il fondo illuminato dal sole. Poi uscivamo per asciugarci e con il sole cocente percepivamo il fastidio del sale che tirava la pelle. Durante il rientro gli occhi rossi e la stanchezza per risalire la costa sembravano gradevoli e si mescolavano ai nostri sorrisi. La sera arrivava con un senso di soddisfazione quando il sole salutava tramontando dietro l’Appennino e noi ragazzi sedevamo sugli scalini delle nostre piccole case a raccontare le favole, mentre le lucciole illuminavano i volti. Viaggiavamo insieme nei mondi fantastici dei racconti mettendo piacevolmente alla prova la nostra fantasia.
Di giorno costruivamo carrozzelle con ruote di cuscinetti a sfere per gareggiare lungo le discese che circondavano il quartiere, su quelle strade desolate che raramente registravano il passaggio di un’auto. Io e mio fratello aspettavamo le feste natalizie per ricevere i giocattoli in regalo, in quei giorni di freddo, intorno al braciere che riscaldava le nostre serate. Un piccolo aereo, un modellino di un’auto o di una moto assumeva il valore di un gioiello, di un mezzo capace di portarci in mondi meravigliosi. Insieme ai balocchi ricordo le figure colorate degli eroi greci e romani su libri di storia per bambini. Con le armature accompagnavano la narrazione degli avvenimenti. Mi catturavano e mi presentavano scenari fantastici. Il desiderio di andare oltre amplificava l’irrefrenabile voglia di disegnare, di rappresentare sulla carta i prodi, i loro movimenti, le avventure che nascevano dalla turbolenta immaginazione.
Spesso disegnavamo insieme, io e il mio amico malato, per confrontarci, per assaporare il piacere dei colori e delle linee armoniose. Discutevamo del futuro, della vita e della morte che lo corteggiava ogni notte amplificando i battiti del suo cuore capriccioso. E il giorno arrivò inesorabile. Fu così che scoprii il tremendo potere della morte, di strappare per sempre una parte di te.
A scuola ero relegato tra gli emarginati, tra coloro che sedevano negli ultimi banchi, etichettati per lo stato sociale, destinati a lavori umili, ad una vita mediocre, in attesa di un futuro prestabilito, senza la possibilità di liberare la voglia di vivere, di confrontarsi con una società appena sottratta dalla morsa della guerra, ma destinati ad una comunità vecchia con limiti bigotti che soffocavano le aspirazioni e annullavano la fantasia. Il rifiuto del borgo nacque dal profondo, dalle viscere risaliva alla mente fino a costringerti a reagire, a fuggire, a vestire altri panni, a decidere di combattere la tendenza ad indossare le maschere sociali che osannano l’ipocrisia.
Con un caro amico giocavamo nei boschi che circondavano l’oratorio, tra le canne e le sterpaglie che simulavano una foresta piene di pericoli. Ricordo la stanchezza serale confondersi con la soddisfazione, le gambe graffiate, le continue discussioni con il prete sul significato della vita, sulla crisi adolescenziale, sulla ragione che si impossessa della mente e pretende la ricerca di una limpida coerenza. Ricordo anche la forza del giovane che alimentava la voglia di vivere, di fare qualcosa di rilevante, di diverso, di combattere un destino segnato dai codici di una società oscurantista ed obsoleta, di spaziare con la mente e con il corpo verso mete aperte, libere da residui medioevali, per elevarsi e poter donare agli altri qualcosa di importante. Ricordo lo studio intenso per recuperare il tempo perduto, i progetti di andare via, di volare per aprirsi al mondo della cultura, della ragione. Le discussioni nei centri studenteschi, i primi amori, le rivendicazioni degli anni settanta, il rifiuto del passato e la voglia di progettare il futuro.