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La delusione

 

Quando a sera

appare la morte di un’illusione

brandelli d’affetto si mescolano confusi.

Amara la tristezza nutre ancora una vana speranza,

conservandola con cura,

e la nascosta paura della solitudine assale.

 

La pace profonda di questo mare

si lascia accarezzare dal vento

che dipinge di brividi ogni striscia di acqua

e ogni filo di voce sparisce.

 

Ho provato a salutare uno sconosciuto.

La mia casa crollerà,

è nauseata d’acqua.

 

Andrò sotto il vecchio ponte

dove la natura è amica

ad aspettare il misero topo

che fa parte di questo insignificante universo,

dove rimane sempre qualcosa nell’anima

e, pian piano, in ogni uomo svanisce,

dalla nascita alla morte,

la lieve speranza che ci fa belli.

 

 

 

Ia poesia del volume “Poesie del Nuovo Millennio vol. X”

(concorso Poesie del nuovo millennio) – collana “Orizzonti”

A te

 

Se sapessi piangere

dai miei occhi uscirebbero le lacrime

che soffocano nella mia gola dalla nascita.

 

Se potessi volare

ti porterei nei cieli, insieme agli uccelli

per planare senza meta.

 

Foglie secche coprono questa sabbia infuocata.

Ho sognato i tuoi passi che si allontanavano

e il vento cancellare le orme.

 

Se riuscissi a piangere

inonderei di lacrime il tuo cuore,

per aprirlo al mondo

e donarlo alla vita.

Il Vuoto

 

Disorienta quel vuoto

che emerge osservando nel fondo degli occhi,

che spinge al di là di ogni vita,

al di là di questi esseri,

poveri ed inutili uomini!

Così deboli! Così soli!

 

Con il dolore ci si accorge di esistere.

 

Nel cielo ci sono le stelle,

masse di fuoco che sprofondano lontano

dove la solitudine impera,

dove non si ode il battito d’un cuore.

 

Mi desto, questi pensieri mi spaventano.

Sono solo le mie povere scarpe

che si sono innamorate dei miei piedi.

Sono sempre con me,

anche di notte

quando ogni uomo non è che se stesso

e la sua carne non è che un corpo,

un corpo che, man mano che invecchia,

nel nulla è sempre nulla.

 

 

 

Pubblicata sulle “Le pagine del poeta” 2014 – Pagine

 

L’astrofisico

 

Nel mezzo di una folla,

tra spinte e volti morti che passano distratti,

lungo vie riempite di inutili gesti,

il frastuono elettronico trascina le menti,

rimbomba nelle stanze,

fra le pareti dei palazzi,

ma, al di là del mio braccio,

veloce si dissolve negli spazi siderali

dove il silenzio cosmico accompagna

i pianeti danzare, illuminati dal sole,

lungo armoniose orbite ellittiche.

 

Sulla mano si posa una mosca.

Mi guarda,

sembra giocare con la sua ombra,

confusa tra il certo e l’incerto.

 

Oggi ho perso un amico.

Sono bloccato,

smarrito su laceranti pensieri,

ma loro seguitano a volteggiare,

trascinati dal tempo,

come in un’immensa festa senza fine,

e mentre la mia piccola anima si spezza,

qualche stella collassa lontano,

al centro di una galassia tumultuosa,           

in questo mare infinito che si espande.

Temporale estivo

 

Terminata la tremenda afa

sui tetti infuria un temporale.

Si rovescia lungo le vie impolverate,

nei campi assetati,

sulle panchine della strada principale.

 

Un odore di terra bruciata

invade le calde stanze

e vien voglia di uscire a bagnarsi.

 

Una lieve frescura addormenta le mani

e accarezza le ginocchia.

Nel paese è gradevole appisolarsi

mentre l’acqua scorre nei viali.

 

Vorrei essere in campagna

sotto le viti che ricordo,

e sedermi sull’uscio di casa

con il rosso del tramonto sul viso

per ricordare i volti coperti dal tempo.

La morte

 

Questi pianti mozzati non spengono

il silenzio del tuo ultimo viaggio.

Quando le parole diventano inutili

e nulla ha più senso.

I ricordi s’impossessano della mente,

il rifiuto della realtà comprime lo stomaco

e l’anima è gonfia d’amore

fino a soffocare il cuore.

 

Quando il tuo corpo freddo, immobile,

mostra la tua straziante assenza

e mi sento perso, abbandonato,

senza il desiderio di un futuro,

come un insignificante guscio vuoto

riempito di dolore.

Ricordi

 

Emergono inattesi

e mi richiamano bambino,

con le loro immagini,

i sapori, i colori, le grida, i sorrisi.

 

I giochi nelle acque trasparenti

di quel mare limpido,

tra i ciottoli sul fondo

e il sapore del sale nella bocca.

 

I compagni che inseguivano correndo

sotto il sole rovente,

le cadute e l’odore della polvere.

Il bruciore dell’acqua della fontana che lavava

le ginocchia insanguinate

mentre l’amico sorrideva ansimando dalla corsa.

 

Ricordo il volto di mia madre illuminato dal sole

e gli occhi della nonna che piangeva

di risate già fatte.

Quella paura di perdermi nella grande piazza

dove il pullman sostava

e i personaggi bizzarri che arricchivano il paese.

 

Il profumo sui prati della collina

e distese di papaveri dove i grilli danzavano.

Gli amici che ascoltavano i racconti serali

mentre le lucciole illuminavano i loro volti.

 

Quei personaggi occulti che tormentavano i sogni

nella penombra della camera da letto

e la paura di vivere una società

che mostrava la sua povertà culturale.

 

Oggi quei volti morti di un tempo lontano

danzano e si mescolano con gli eventi attuali

a ricordare che la grande giostra della vita ruota inesorabilmente,

senza soste.

Pensieri

 

Onde rovesciano sulla spiaggia.

 

È un monotono ritmo di ricordi,

di lenti pensieri che si staccano

e vanno liberi tra queste anime,

tra questi scogli,

in questa sabbia arrossata dal sole.

 

Prolungano verso l’ignoto,

verso nuvole cariche di pioggia,

verso la fine dell’immaginazione,

tra atmosfere gelide

che a ritmo ripropongono immagini,

tra orme tristemente abbandonate

che si perdono nella lontananza mattutina,

nel falco che plana verso la tua terra,

tra sguardi e sensazioni carezzevoli

di strani e passati sentimenti,

passioni immaginate,

lievi desideri parassiti

che s’impregnano nell’aria

per arrivare all’io,

all’essere,

al perché.

La pioggia

 

Quando cade monotona

un fruscio continuo

accompagna lo scorrere del tempo.

 

Ora è uno scroscio

che bagna con violenza l’ubriaco barcollante

nel mezzo della strada,

tra inutili palazzi.

Penetra tra le palpebre,

si impregna nei vestiti.

 

Un fremito passa inosservato

tra le pieghe della mente

e accarezza il senso di solitudine

che da tempo mi tormenta.

Gocciola tra i rami degli alberi colti dal vento

che fischia minaccioso nel buio della notte.

 

Danza sulla grondaia con ticchettio insistente,

batte sul vetro della finestra,

oltrepassa la zona luminosa della lampada di fuori,

fende la terra,

schizza sulle pozzanghere,

scivola sui ripidi pendii

trascinando con sé i peccati umani.

 

Infine si rilassa,

poi si spegne con le ultime gocce

e il chiarore mattutino risorge.

Inno alla solitudine

 

Sono presente al cospetto

di una pietra inanimata,

fredda, inespressiva,

d’inconsapevole durezza.

Tremenda condanna nell’esistere.

Avvolto da umana pazzia

e superflue somiglianze intellettive.

 

Sono presente su pianeta sconosciuto,

schiacciato nell’uomo,

annullato nell’essere,

spaurito da gravanti sensi

e nel buio di queste ombre beffarde

tetri personaggi vagheggiano,

inutili a vivere,

tra valli morte,

paci profonde,

miti inesistenti

e tramonti sovrumani.

 

Sono presente nel mezzo di una folla,

tra volti schiavi,

trascinati e distratti,

poveri e dolenti,

usuali e smarriti,

nella confusione razionale

che si perde nella percezione del nulla.

 

Sono presente in me stesso

confuso e spaventato,

alla ricerca della mia amicizia,

tra brulichii di problemi

ed amori mai nati,

tra voragini turbolenti

ed opprimenti sensibilità.

Vecchio paese

 

È notte. Il vento accarezza i palazzi.

Regna il silenzio lungo queste strade

tristemente illuminate.

Nelle valli fumi di nebbia s’espandono,

bagliori penetrano fondi, scalinate.

 

La luna in cielo si nasconde tra le nuvole.

gioca con la penombra della stanza

dove di giorno si chiacchiera.

L’ombra del lampione dondola noiosa.

La fontana gocciola lentamente.

 

Estese di cemento scivolano ripide e desolate

Foglie secche s’abbandonano al vento,

svolazzano a vortici nelle piazze, 

sotto le panche, nei tombini.

 

In ospedale la ragazza malata si è svegliata

e mugugna singhiozzando sotto le coperte.

L’infermiere russa sul tavolo.

Sotto, nella camera tetra,

un corpo giace privo di vita.

 

Un brivido di freddo penetra nelle ossa.

 

Vetrate specchiano luci violacee

e sui cartelli pubblicitari

cade una profonda inutilità.

Case in costruzione, ferri sparsi, fango, tavole.

 

Nel centro, là dove, quando il sole scotta,

i tranvai non hanno pace,

regna il deserto.

Un povero cristo dorme

sulla panca della stazione ferroviaria,

tra luci spente e desideri svaniti,

da dove si odono gli unici ronzii notturni.

 

La bimba sogna tra le lenzuola calde di mamma.

Nella scalinata si assapora un leggero tepore,

dentro si soffoca.

Un lenzuolo svolazza da una finestra,

spazza tutti i piani

e si posa tra le cartacce colte dal vento.

 

In libreria i cari volumi sono bene accomodati.

Futuri malviventi giacciono

tra innumerevoli fratelli.

Fili elettrici specchiano il cosmo.

A quest’ora anche le prostitute

rilassano la loro condanna.

 

Nel cimitero un mare di scritte conserva i nostri ricordi

e richiama alla mente questa fugace essenza.

Un gatto si guarda sperduto

e barattoli sfracassano al suo passare.

Frammenti di lettera volano via, ad uno ad uno,

e vanno nel fiume, tra le acque gelide.

 

Il paese dorme.

 

Solo le stoffe dei negozi attendono la mattina

che timidamente si fa spazio

tra le fessure delle finestre.

Peccato che debba venire il giorno

a rimettere in moto lo scorrere del tempo.

L’amico malato                     

 

Torna alla mente

il sapore dell’infanzia.

Mia madre era giovane.

Ho il suo sorriso nell’anima.

Tanta sabbia si alzava

e l’aria sembrava colorare di rosso

quei campi selvaggi.

 

Il mattino, illuminata dal sole,

la finestra mostrava

il volto sorridente dell’amico malato

che presto avrebbe salutato

quel rosso maglione che indossava.

Solo lui l’aveva presente

in ogni attimo dell’esistenza.

Un maledetto male

che non si intonava con la primavera

trascinava quel cuore marcio.

La morte lo corteggiava ogni notte

amplificando i battiti del muscolo capriccioso.

Di giorno disegnavamo insieme

per non pensare al domani

e raccontavamo storie

per addolcire il distacco serale.

 

E la notte arrivò,

come previsto,

come una lama affilata

che ti entra nel corpo

senza preoccuparsi del dolore causato.

Così iniziò il futuro,

con la finestra sempre vuota.

L’amaro

 

E alla fine cosa rimane?

Un fiore secco nel vaso,

un nome sciolto nel vento,

una lacrima persa sul viso.

 

L’acqua scorre nel buio

lungo pendii doloranti.

Un sorriso sfugge,

si nasconde nel tempo.

 

E alla fine cosa ti rimane.

L’amaro,

l’amaro di un volto perduto.

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