
Dal Profondo
Blog di Nicola d'Antonio
Per chiarimenti, suggerimenti, critiche,
segnalazioni di errori (non mancano mai), proposte, ecc.

Cinque componimenti sulla condizione della donna:
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La violenza sulla donna.
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La donna davanti alla storia. La sua condizione di sudditanza e il desiderio di liberarsi da vincoli soffocanti.
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Menopausa: tra l’invecchiamento del corpo e la giovinezza dell’anima.
-
L’amore.
-
L’islamica.
La violenza sulla donna

Non immaginavi
che la tua passione sfiorisse
tra i fornelli quotidiani,
quando l’animale affiora imprevisto
con la ferocia della bestia.
Povero uomo
travolto dall’ottusità dell’ira
non si accorge
che l’offesa allontana l’essere dai pascoli dell’anima,
dal piacere dell’amore
e conduce verso spazi
dove la poesia muore.
La condizione della donna

Schiacciata in un angolo
da sempre,
sottomessa alla violenza umana,
sono fuggita.
Ieri, quando il sole ha riscaldato le mie membra,
ho preso quota
per volare tra le nuvole,
tra immensi spazi che si aprivano.
Dall’alto vedevo
il misero angolo rimasto vuoto.
Ero finalmente libera,
libera di esistere.
La liberazione
Maria si osservava al grande specchio della camera da letto, compiaciuta della sua bellezza. I lineamenti erano gentili, capelli castani sciolti che cadevano sulle spalle, viso delicato, occhi neri e vivi. Era piacente, femminile, uno splendore che quotidianamente era costretta a coprire. Si vestiva da maschio come le aveva imposto il padre, medico in un paesino vicino Perugia, fin da bambina. “Per il suo bene” diceva. Con la parrucca e un po’ di crema per indurire le forme del viso, cambiava fisionomia, sembrava veramente un maschio, anche se, per non essere scoperta, era costretta a nascondere le mani delicate e a modificare il tono della voce. “Se vuoi sostituirmi come medico del paese dovrai imparare a sembrare un uomo. Nessuno accetterebbe un dottore donna, in futuro chissà, ma oggi…” ripeteva continuamente il padre. Con passione le aveva insegnato il mestiere e a lei piaceva fare il medico, non sapeva né voleva fare altro. Ma celare la sua natura di donna le iniziò a pesare già dal periodo adolescenziale, e poi odiava il nome che usavano i paesani per chiamarla: dottor Mario Andrei.
La carrozza partì al canto del gallo, quella mattina di settembre del 1702, dalle periferie di Perugia, diretta verso il paesino a pochi chilometri, immerso nella campagna. Avevano abolito le corse quotidiane. A Maria non rimaneva che trasferirsi per poter seguitare l’attività lasciata dal padre quando improvvisamente morì a causa di un infarto. Il viaggio non fu lungo. Arrivò quando i paesani si erano appena svegliati e le galline pascolavano nelle vie. Davanti alla locanda aspettava il proprietario, signor Fabio Perugino, ancora troppo giovane per assumere, come imponevano le regole del borgo, il ruolo di vedovo. Attendeva il dottore insieme alle figlie Speranza di 6 anni, e Lucia di 8 anni. La mamma delle due bambine era morta da tre anni e la nonna Sandra le accudiva amorevolmente nonostante il carattere ribelle, retaggio di una gioventù burrascosa.
Maria aveva affittato un piccolo locale, annesso alla locanda, per esercitare la sua attività di medico e una camera dell’appartamento di Fabio per soggiornare. Quella mattina fece conoscenza con le bambine, allegre e desiderose di famigliarizzare con il nuovo inquilino, e andò, senza esitare, a sistemarsi nella stanza.
I giorni passavano e la sua attività procedeva intensamente, senza soste. Con la sua formazione e la pratica con il padre non aveva nulla da temere. Ferite da curare, tosse secche e grasse, stati febbrili, epidemie, parti, aveva imparato tutto e per i paesani era diventata preziosa e insostituibile. Nessuno sospettava che, per frequentare la scuola ed ottenere l’attestato di dottore in medicina, il padre aveva falsificato alcuni documenti.
La domenica tornava a Perugia nella sua vecchia casa dove conservava i ricordi del padre e qualche oggetto della madre morta di parto alla sua nascita. Si liberava dei vestiti maschili e con orgoglio tornava donna. Usciva a fare spese nel mercato e si godeva la libertà di essere donna scrollandosi di dosso la tensione accumulata. Le piaceva giocare con i bambini nel parco ed il pomeriggio incontrava l’amica Gianna, maestrina di periferia, molto emancipata. Per liberarsi le raccontava le vicende vissute durante la settimana e immancabilmente si ritrovavano a discutere del ruolo della donna nella società. Gianna, mentre beveva del buon vino, invitava l’amica a liberarsi di quel travestimento e Maria finiva con elencarle i suoi dubbi sul futuro nel caso di una sua rivelazione, l’impossibilità di proseguire la professione e la vergogna per una così grossa menzogna.
Una domenica di sole, Maria si trovava, durante una delle sue solite visite, alla libreria nel centro della città quando, uscendo da dietro uno scaffale, si trovò faccia a faccia con Fabio in cerca di testi da regalare alle figlie. La ragazza improvvisamente divenne rossa in volto e il cuore si mise a battere come un tamburo, non si aspettava quell’incontro. Il giovane se ne accorse; fu colpito da tanta bellezza e tanta timidezza e, prendendo coraggio, le chiese sorridendo:
«Mi aiuta a cercare dei libri per le mie bambine? Sa, mia moglie è morta tre anni fa ed ora devo fare anche da madre, ma non sempre ci riesco».
Maria annuì con imbarazzo ricambiando il sorriso. Si misero a parlare. Fabio sembrava diverso dal proprietario della locanda. Passeggiarono lungo i viali. Il tempo trascorreva veloce e a fine serata tra i due era nato un sentimento che andava oltre l’amicizia. Il cielo era scuro quando il giovane tornò a casa. Le bambine si accorsero che quella sera c’era qualcosa di nuovo nell’aria: il loro papà era particolarmente felice. A Perugia Maria camminava impaziente nella sua stanza, si sentiva euforica, era riuscita ad esprimere la sua femminilità e Fabio appariva un giovane molto interessante. Era felice ma confusa. Pur sforzandosi non riusciva ad immaginare un suo rapporto con il padre delle bambine.
In realtà fu più facile del previsto. Si era abituata, mascherare la sua vera personalità era diventato un aspetto della professionalità di dottore. Eppure qualcosa di cambiato c’era: pur sforzandosi non riusciva a nascondere il rapporto confidenziale e quasi materno con le bambine. Attaccamento che a Fabio non andava giù. Il giovane, vittima della gelosia, ingoiava amaro. “Che vuole questo tizio, perché non si limita a fare l’inquilino” pensava. Sandra, la suocera, divertita e incuriosita, osservava questa inconsueta situazione senza intervenire.
Una sera Speranza, con tono disinvolto, rivolgendosi alla nonna, disse:
«Sai nonna, io credo che il dottore Andrei sia una donna».
«Ma che dici sciocca» rimproverò Lucia con aria di sufficienza.
«Come mai hai avuto questa strana idea?» chiese la nonna con il suo solito atteggiamento scherzoso e pungente.
«Perché non ha il pomo di Adamo… Papà dice che i maschi hanno il pomo di Adamo»
«Sciocchina, non tutti i maschi hanno il pomo di Adamo vistoso» aggiunse Lucia.
«Quelli magri si» rispose la sorella.
Passarono i giorni ma la riflessione di Speranza non spariva dalla testa di Sandra. Effettivamente il dottore aveva i lineamenti delicati, le mani e il collo sottili e un atteggiamento fin troppo dolce nei confronti delle bambine. Ogni domenica tornava a Perugia. “Dove andrà? Non ricordo bene ma il dottor Andrei ebbe un figlio o una figlia? La povera moglie partorì in casa a Perugia seguita proprio dal marito… Sono curiosa. Una possibilità per scoprire la verità ci sarebbe, dovrei consultare il registro delle nascite di Perugia” pensava Sandra. “Ma non posso presentarmi in ufficio senza un motivo… forse il mio amico Pasqualino può aiutarmi, lui faceva lo scrivano al Comune fino a qualche mese fa”.
Pasqualino era innamorato di Sandra fin da giovane. Alla richiesta di aiuto non seppe dire di no. Le scrisse una lettera, da presentare al suo collega chiedendogli di far visionare il registro delle nascite a Sandra.
Nelle domeniche perugine il legame tra Maria e Fabio diventava sempre più profondo. Maria, utilizzando l’identità dell’amica, affermava di chiamarsi Gianna e di fare la maestra a tempo pieno. Durante la settimana non aveva tempo per andare nel paesino a conoscere le figlie di Fabio e, all’invito di andare di domenica, inventava delle scuse e rinviava. Il sospetto che la sua ragazza non gradisse la presenza delle figlie divenne sempre più forte. Maria se ne accorse ma non poteva fare nulla, non poteva rischiare: le bambine non erano distratte come il padre, ma attente e sveglie.
L’attività principale degli abitanti del villaggio era la coltivazione di verdura e frutta. I maschi lavoravano nei campi e le donne inscatolavano, per un’azienda locale, i loro prodotti in modo da spedirli fuori Perugia. Una mattina nebbiosa Maria andò a visitare Michela, un’operaia dell’azienda, in attesa di un bambino. Quando entrò nella sua dimora la trovò in lacrime. La fece sdraiare e con calma la visitò, poi chiese:
«Che hai? Il bambino sta ottimamente. La gravidanza procede bene. Perché piangi? Ci sono problemi in famiglia?».
«In azienda mi vogliono sostituire, con un uomo, dicono… si sono scocciati di donne in gravidanza che rallentano la produzione.»
«Ma non è giusto!» gridò il dottore «e poi mi sembra che in fabbrica siete tutte donne, no?»
«Si, ma vogliono iniziare a sostituirci perché dicono che gli uomini creano meno problemi, e poi, nei campi ce ne sono troppi».
Maria tornò alla locanda con il cuore triste. La sofferenza di Michela le ricordava la sua condizione. Passarono alcuni giorni e nel paese nacque un movimento di donne desiderose di far sentire le proprie ragioni. Si riunivano, insieme con i figli più piccoli, nel granaio di Giulia, amica di Sandra. Parlavano di sindacato, di sciopero, di figli, di diritto al lavoro e alla maternità. Quella domenica Maria raccontò l’accaduto a Gianna e passarono insieme il pomeriggio a condannare con sdegno i proprietari dell’azienda. Ad un certo punto Gianna posò il bicchiere pieno di vino, si alzò dalla sedia e propose:
«Andiamoci»
«Dove?»
«Alla prossima assemblea»
«Mercoledì… Ma… per loro, io sono un uomo!»
«Ebbene? Un uomo non può condividere la lotta delle donne? E poi sei il dottore del paese, se non li appoggi tu chi dovrebbe farlo? Il parroco? Possono aspettare in eterno».
«Sono perplessa. E se rifiutano il mio sostegno?»
«Non sono mica stupide. Lo sanno che avere l’appoggio del medico è importante.»
«Va bene, andiamo» disse Maria entusiasmandosi «Non dimenticarti che ti chiami Maria e fai la maestra».
Il giorno dopo Sandra si recò all’ufficio del comune. La curiosità la rendeva emozionata, doveva scoprire se si nascondeva qualcosa sotto il comportamento strano del dottore. Un mare di registri sistemati negli scaffali. L’addetto ci mise un po’ di tempo per ritrovare quello giusto. Sandra si accomodò ad una scrivania. Il sole entrava dalla finestra ed illuminava le pagine del registro. Cercò le nascite con il cognome Andrei e, dopo una breve ricerca, con sua sorpresa lesse: “… Maria Andrei nata dal dottor Giacomo Andrea e dalla nobildonna Paola Mattei”. “Era la moglie del vecchio dottore. Ora era tutto chiaro. Per poter fare il medico Maria si è trasformata in Mario Andrei. Forse era stato proprio il padre a spingerla… Devo saperne di più” pensava “la prossima domenica la seguirò”. Sandra era molto eccitata e, nonostante la menzogna che la storia nascondeva, nutriva una sorte di ammirazione per quella donna così coraggiosa ed intraprendente.
Quando entrò nel granaio per assistere all’assemblea Sandra scoprì che, quella sera, c’era anche il dottore accompagnata da un’amica. Mentre cercava un posto per sedere sentì alcune operaie dell’azienda che borbottavano:
«Hai visto il dottore? Ha portato la sua ragazza per farsi accettare da un gruppo di sole donne. E’ bravo però. È l’unico uomo che ha avuto il coraggio di venire».
Sandra non le toglieva gli occhi di dosso. Ne studiava le mosse, gli atteggiamenti. Maria si accorse che c’era qualcosa di nuovo nella suocera di Fabio ma non si preoccupò, era troppo impegnata a seguire gli interventi.
La mattina della domenica successiva Sandra si fece prestare il calesse da Pasqualino per andare a Perugia. Partì qualche minuto dopo che Maria si avviò, con il corriere, verso la città. A Perugia si mise a pedinarla per l’intera giornata senza stancarsi. Aspettò con pazienza davanti la casa del dottore e, dopo qualche ora, vide uscire dal portone una bella ragazza. “È lei” disse a se stessa “diavolo! devo seguirla vediamo dove va”.
Al parco, con sua grande meraviglia, scoprì che quella splendida ragazza aveva una relazione con il suo Fabio. “Dio mio!” pensò “sempre più interessante. Ecco dove va Fabio tutte le domeniche. Certo non è una situazione facile anche perché immagino che Fabio non sospetti nulla. Chissà come la prenderebbe se sapesse. E le bambine? Forse Speranza ha capito qualcosa”.
“Ormai è evidente Sandra ha qualche sospetto” rifletteva Maria mentre cenava nella locanda. “Mi guarda con un fare interrogativo. Non mi toglie gli occhi di dosso. Ho dato troppa confidenza alle bambine? Devo stare più attenta”.
I giorni passarono. Michela era stata licenziata. L’associazione per la conservazione del posto di lavoro stava organizzando una colletta per assistere la collega in maternità. Qualcuna parlava di sciopero. Le donne erano particolarmente infuriate e molte generalizzavano individuando negli uomini il nemico. Giulia era una di queste. Una sera nel granaio la tensione era alta. Dopo il licenziamento di Michela qualcosa era cambiato: la presenza del dottore a molte dava fastidio. L’assemblea iniziò con alcuni interventi calorosi. Le urla si sentivano anche a distanza dal granaio e gli uomini nella locanda tacevano pensierosi. Ad un certo punto Giulia si alzò di scatto e volgendosi al dottore con lo sguardo sprezzante urlò:
«Lei si sta divertendo? Perché seguita a venire a queste assemblee? Ha piacere nel vedere soffrire le donne?»
Maria sentì un gelo avvolgerle il corpo. Si bloccò con terrore. “Ecco! Ci siamo” pensò. Il respiro divenne affannoso, il cuore si mise a battere veloce. Non sapeva che fare e mentre Giulia seguitava ad inveire, provò ad articolare una risposta ma dalla sua bocca non uscì suono. Gianna, per rassicurarla, le prese la mano. Sandra non riuscì a sopportare la scena. Si alzò chiedendo attenzione e con coraggio disse guardando il dottore negli occhi:
«Basta! Non crede che sia ora di smettere? Non è ora di liberarsi di questa maschera?... Maria.»
Maria cessò di tremare e lentamente si alzò. Nel granaio piombò improvvisamente il silenzio. Tutti rivolsero lo sguardo al dottore. Maria portò la mano sulla testa e lasciò scivolare via la parrucca. I capelli sciolti caddero sulle spalle. Un esclamazione corale di meraviglia invase il granaio. Gli occhi sgranati delle presenti mostravano la loro meraviglia.
«Sono una donna.» Disse. «Ho mentito per poter fare il mestiere che mio padre mi ha insegnato. Non mi vergogno, sono un buon dottore… ma si, era ora di liberarsi».
Maria si avviò verso l’uscita seguita da Gianna. A piedi, con passo veloce, si diresse verso la locanda mentre il vento giocava con i suoi folti capelli. Gianna la seguiva a pochi passi di distanza. Si affrettò per raggiungere l’amica e consolarla. Le mise la mano sulla spalla:
«Non disperare. Vedrai che le cose si sistemeranno».
Maria si voltò e, con meraviglia dell’amica, si mostrò sorridente:
«Sono libera. Ti rendi conto…» e poi urlando con lo sguardo al cielo «Sono libera».
«E Fabio?» chiese Gianna ricambiando il sorriso.
«Ora vedremo se mi ama veramente» disse mostrando sicurezza «andiamo alla locanda. Gli farò una sorpresa».
Menopausa

Il vero fiore non appassisce,
il suo profumo,
la sua immagine
rimangono nella mente,
si impregnano nella pelle,
in eterno.
L'Amore

L'islamica

Entra silenzioso
Si diffonde
Tra i pori della pelle
Dolce come il miele
Cullando la realtà
Sono solo una donna