
Dal Profondo
Blog di Nicola d'Antonio
Per chiarimenti, suggerimenti, critiche,
segnalazioni di errori (non mancano mai), proposte, ecc.

La sofferenza, come una penna indelebile, segna il corpo e racconta il passato. Le tensioni, le torsioni, le deformazioni si sovrappongono, scompongono l’uomo fino a trasformarlo in una marionetta. L’alternanza delle linee ondeggia trascinando gli eventi vissuti. La gioia e il dolore scandiscono i tempi, si mescolano nel clima di competizione che inevitabilmente muta in lotta perenne mentre la giostra della vita seguita a ruotare senza soste.
Al di là della storia

Al di là della storia
c’è la sofferenza,
il dolore sul letto di morte,
la paura di perdere la vita,
il desiderio di fuggire.
Al di là degli eventi
trovi le persone,
i volti che passano,
che invecchiano con gli anni
senza conoscere il perché.
Al di là dei racconti
c’è la vita,
la fine della coscienza
che chiude ogni storia.
L’insegnamento di Marco
La lezione era finita. Fuori dalla scuola media di Verolanuova, nella bassa bresciana, un sole pallido riscaldava le vie dopo alcuni giorni passati ad osservare banchi di nebbia. Mario e Marco, come gli altri alunni della II classe, in attesa delle vacanze natalizie, aspettavano il segnale della professoressa Ranieri per poter alzarsi ed uscire.
«Ragazzi ci vediamo domani. Mario rimani un po’, devo parlarti.»
Gli alunni si affrettarono ad uscire. Mario rivolgendosi a Marco, suo compagno di banco ed unico amico, disse con tono confidenziale:
«Aspettami fuori»
Mario amava la storia. Per lui era una vera passione. Leggeva di tutto. Imparava date, luoghi, avvenimenti, faceva collegamenti e spesso, quando terminava i compiti assegnati a casa, cercava su internet le immagini dei personaggi storici, li stampava e li raccoglieva in un album. I bulli della scuola lo chiamavano “Secchia, il primo della classe”. Se ne approfittavano perché era gracile e di statura non molto alta. Era un ragazzo particolare, amava la conoscenza anche se si vergognava ad ammetterlo. Marco era alto e robusto ed aveva qualche problema di apprendimento scolastico. Balbettava soprattutto quando lo interrogava la professoressa Ranieri e quando lo chiamavano Tondo.
L’insegnante, rivolgendosi a Mario, gli fece segno di avvicinarsi alla cattedra.
«Sei stato bravo in questo primo periodo dell’anno scolastico. Si avvicinano le vacanze natalizie, voglio farti un regalo per premiare la tua passione per la storia. È un fumetto. È molto bello, è a colori. Si tratta dell’Iliade, il grande romanzo di Omero».
Mario prese il libro ed osservò la copertina dura e lucida con due guerrieri che combattevano.
«E’ il duello tra l’invincibile Achille e il coriaceo troiano Ettore» precisò l’insegnante.
Il ragazzo, come gli accadeva spesso in queste occasioni, fu catturato dall’immagine, si estraniò e la sua fantasia prese il volo. Vide i due eroi lottare, gli sforzi violenti, il sudore della fronte, la polvere che si alzava, udì il suono delle spade che si urtavano, il respiro affannoso dei duellanti, il grido della folla che assisteva alla lotta. A un certo punto, destandosi, precisò:
«E’ meglio che me lo guardo a casa. Grazie, è veramente un bellissimo regalo».
Marco lo aspettava vicino alla porta del pullman. Mario corse verso di lui alzando il libro e gridando:
«Guarda cosa mi ha regalato la Ranieri».
Pranzò in fretta e, impaziente, si mise ad aspettare l’amico che ogni pomeriggio veniva a fare i compiti a casa sua. Mario lo aiutava soprattutto nella risoluzione dei problemi di matematica. Oggi però avrebbe fatto uno strappo: prima il fumetto. Non osava aprirlo. Doveva aspettare per poter condividere il piacere della lettura con il suo amico. Marco arrivò in orario e subito si misero a sfogliare il prezioso volume. Passarono ore a studiare i personaggi. Mario non si stancava mai, rimaneva estasiato dalle scene, dai colori e dai volti degli eroi. Accarezzava le pagine con la mano e contagiava l’amico con il suo entusiasmo. Sottolineava la grandezza delle onde del mare in burrasca, le piccole navi che barcollavano, il peso degli armamenti, la forza dei personaggi, il grande cavallo di legno. Marco annuiva divertito, gli voleva bene e lo difendeva quando i ragazzacci si divertivano a fare degli scherzi. Quando arrivò la sera Mario propose all’amico:
«Ho un’idea geniale! Voglio chiedere alla Ranieri se ci fa sfogliare un altro libro di storia a fumetti. Non dobbiamo comprarlo, ci limiteremo a sfogliarlo… senza rovinarlo».
Il marito dell’insegnante aveva una grande libreria a Brescia e forse avrebbe acconsentito che i ragazzi sfogliassero qualche fumetto di storia. Il giorno dopo, prima della lezione Mario, timidamente, fece la proposta all’insegnante che, riflettendoci un po’, rispose:
«Ne parlerò a mio marito e ti farò sapere.»
Sabato mattina, all’inizio della prima ora, quando Marco e Mario erano già seduti ai propri banchi, la professoressa, avvicinandosi a Mario, gli comunicò:
«Domani mattina potete venire in libreria. Vi può accompagnare la mamma di Marco. Ci sono alcune opere di storia trattate con i fumetti che vi aspettano.»
«Oh! Che bello. Grazie.» rispose Mario sorridendo.
La mattina del giorno dopo Mario e Marco entrarono in libreria. Mario si guardava intorno con curiosità. La libreria era divisa in settori con innumerevoli volumi colorati, sistemati negli scaffali. Un panorama meraviglioso agli occhi del ragazzo, un mondo di racconti.
«Da grande voglio gestire una libreria» disse Mario rivolgendosi a Marco.
«E io… ti… ti… verrò a… ad aiutarti» rispose sorridendo l’amico.
«Certo. Tu mi verrai a trovare e ti farò leggere tanti libri. Quelli più belli».
La professoressa fece strada entro la libreria e accompagnò i ragazzi ad un tavolo in un angolo. Sul tavolo c’erano diversi fumetti di storia.
«Fate con calma. Guardate bene. Sono opere molto interessanti. Rappresentano diversi periodi storici. Se poi maturerete delle domande ne parleremo, anche in classe».
Mario prese il primo fumetto, guardò il titolo e lesse: “le crociate”. Le pagine erano colorate e raffiguravano numerose battaglie. Il ragazzo guardò con attenzione osservando le armature, la forza dei cavalli e la fierezza dei guerrieri. Il secondo fumetto trattava le invasioni dei Vichinghi, il terzo le vicende della Santa Inquisizione. Sfogliava con interesse per individuare i personaggi più importanti e collocarli nel periodo giusto. Un volume particolarmente curato affrontava la Rivoluzione francese, un altro le conquiste di Napoleone e la sua permanenza in Italia. Dopo tanto colore notò un fumetto in bianco e nero. Parlava della Prima guerra mondiale. Lo sfogliò con avidità, per capire il ruolo delle nazioni studiando le mappe e le vicende politiche del conflitto mondiale. Si incuriosì e, dopo alcuni tentativi, riuscì a trovare il volume che trattava della Seconda guerra mondiale. La sua fantasia si mise a galoppare senza soste nei mondi rappresentati dalle figure. Quando casualmente rivolse lo sguardo al suo amico per constatare se condividesse il suo stesso interesse rimase sorpreso. Marco era pallido, fermo, teso, con lo sguardo assente, pietrificato.
«Che hai? Non ti senti bene?»
Mario si spaventò, si alzò di scatto e corse verso la Ranieri urlando:
«Professoressa Marco non si sente bene».
La signora corse immediatamente insieme al marito per controllare le condizioni del ragazzo. Telefonarono alla mamma che, subito dopo, arrivò allarmata. Pian piano la situazione si normalizzò, le condizioni di Marco migliorarono e i due ragazzi tornarono a casa.
Nel primo pomeriggio, quando il sole stava tramontando, Mario entrò nella libreria.
«Ciao Mario perché sei venuto? Marco si sente bene?»
«Marco sta bene. Sono venuto per dirle che ho capito cos’è successo.»
«Spiegami».
«Marco è l’unico amico che ho. Lui mi vuole bene e mi insegna le cose.»
«Cosa ti ha insegnato oggi?»
Mario prese la mano della professoressa e trascinandola le disse:
«Vieni».
L’insegnante lo seguì compiaciuta per quel gesto affettuoso e per quell’improvviso passaggio dal lei al tu. La Ranieri non poteva avere figli e Mario era stato, fin dall’anno precedente, qualcosa di più di un alunno, fin da quando la mamma del ragazzo era venuta a mancare per un male incurabile.
I fumetti erano ancora sparsi sul tavolo. Mario aprì il volume delle Crociate e con il dito cercò ed indicò le spade e le lance conficcate nei corpi, i volti doloranti, i corpi calpestati dai cavalli, il sangue sparso sui campi. Il fumetto della “Santa Inquisizione” mostrava le torture subite dai malcapitati, le urla, i corpi offesi dalle frustate, il volto dolorante di Giordano Bruno mentre le fiamme avvolgevano il suo corpo. Nella “Rivoluzione francese” erano in primo piano le teste mozzate dalle ghigliottine, le urla della popolazione. Nel fumetto della “Prima guerra mondiale” c’erano i fanti sanguinanti, le bombe esplose, i brandelli dei corpi sparsi sul campo di battaglia, le case bruciate, il fumo, le città distrutte. Infine nel giornale della “Seconda guerra mondiale” apparivano le immagini dei campi di sterminio, la violenza nazista. Mario, mettendo un dito sulla figura che mostrava l’esplosione atomica di Hiroshima, con gli occhi lucidi affermò:
«Ecco!.. Ho sempre pensato alla storia come ad una serie di avventure, una competizione tra personaggi importanti e il tutto aveva un sapore di romanzo. Ora, grazie a Marco, ho capito. Al di là della storia c’è tanto dolore, c’è la sofferenza della gente, c’è la distruzione dell’umanità.»
«Hai ragione» disse Angela Ranieri accarezzandogli il volto.
La giostra della vita

Quando caddi
il mondo divenne grigio
i colori sparirono,
l’amarezza e lo smarrimento mi conquistarono.
Mi sono alzato nutrendo la speranza
e barcollando tornai a vivere
trascinato dal tempo come una barca in balia della corrente.
Ma la vita è dura
e sono caduto ancora,
di nuovo a terra
mentre la giostra degli eventi
ruotava inesorabilmente.
La trasformazione

L’angoscia
risale dal profondo
quando, condannato alla trasformazione,
assale e soffoca il respiro.
Si mescola al sapore di amaro
che nutre le tensioni dei muscoli lacerati
mentre il corpo si scompone.
Il sudore freddo ricorda il senso claustrofobico,
il desiderio di fuggire dell'animale selvaggio ingabbiato,
e, come una preda senza scampo,
col terrore, ti ritrovi marionetta.
Il superdirettore
All’interno della prestigiosa banca, all’ottavo piano, il direttore controlla gli impiegati passeggiando tra i clienti come fa tutti i santi giorni lavorativi. Cammina, senza sosta, con il mento alzato, gli occhi vivi, il volto piatto, privo di ogni possibile espressione. Sembra ricoperto di cera. Vestito di nero con un fazzoletto bianco che esce dal taschino, i capelli lisci, perfettamente pettinati, scuri e lucidi. Si sposta muovendo solo le gambe, senza piegare il busto ed evitando di far oscillare le braccia, come se fosse di legno. Per orientare lo sguardo preferisce ruotare l’intero corpo in modo da non sgualcire i vestiti. Non si assenta un minuto, tutto è sotto controllo.
Fra gli impiegati c’è una comprensibile tensione. Lavorano con la testa china alzando lo sguardo solo occasionalmente. È proibito sbagliare, vietato rilassarsi e perfino sorridere. “Il dipendente è tenuto a mantenere un atteggiamento inequivocabilmente professionale” afferma ogni mattina e per il dirigente questo significa un contegno austero e, in molti casi, severo.
Tutti i giorni, quando l’orologio alla parete suona le 11, si concede una pausa. Un’occasione per gli impiegati per rilassarsi un po’. Prende l’ascensore, soffocando un leggero senso claustrofobico, debolezza che un dirigente austero come lui non può ammettere, scende dal palazzo e si reca nel bar lussuoso, a pochi metri dall’edificio, per sorseggiare una spremuta di arancia con un goccio di rum. Il tutto in mezz’ora.
Erano le 10 e cinquanta quando nella banca entra un giovane trasandato, un po’ sporco, con la barba incolta, capelli spettinati, un artista disoccupato che si reca in banca a chiedere un mutuo per aprire un piccolo laboratorio di arte contemporanea. Il direttore lo fulmina con uno sguardo di disprezzo e tutti i dipendenti capiscono che l’atteggiamento nei confronti del giovane non potrà che essere severo. L’addetto si predispone a negare ogni possibile apertura al giovane che, dopo timidi tentativi, sconsolato, prende atto del rifiuto e si accinge ad abbandonare il locale.
Il direttore entra nell’ascensore e, con sgradevole sorpresa, si ritrova a condividere la cabina con l’artista. Pigia il tasto per scendere, quasi con disgusto, attento a non rivolgere lo sguardo nella direzione del giovane. L’ascensore parte ma, ad un tratto, improvvisamente si blocca. Il direttore rimane fermo, impietrito. Prova a pigiare di nuovo il tasto di avvio ma non accade nulla, l’ascensore è bloccato. Il giovane disoccupato si limita a osservare perplesso il comportamento del grande direttore.
Lo sguardo del bancario diventa pallido, visibilmente spaventato. Il volto inizia a sudare abbondantemente, il terrore lo invade. La presenza del giovane disoccupato gli impedisce di scomporsi: un uomo perfetto non può perdere il controllo. Ma dal fondo, spudoratamente e in modo turbolento, risale l’angoscia, come un’onda invadente e soffocante che si scontra violentemente con l’ossessione della perfezione. L’angoscia è istintiva, ha una forza primordiale, non ha rivali ed inizia a fuoriuscire abbondante dagli occhi, dalla bocca e dalle orecchie come una melassa maleodorante. La situazione precipita, il respiro è bloccato, il volto diventa viola, le narici dilatate, gli occhi fuoriescono dalle orbite, la testa ruota come se fosse avvitata e si stacca inevitabilmente poggiandosi sulla spalla. Il corpo si affloscia per terra come un panno che ripiega su se stesso mentre il giovane osserva con occhi sbarrati dall’incredulità e con espressione di meraviglia tra il tragico e il comico. Le braccia dell’ex direttore si smontano e cadono a pezzi, le gambe si snodano e si ammucchiano sui frammenti del corpo come protesi smontate, la testa emerge dai resti con uno sguardo vitreo e la lingua tremolante fuoriesce dalla bocca.
L’ascensore riparte, si ferma al primo piano. La porta si apre. Una signora entra e si ferma colpita dai resti sparsi per terra, poi, rivolgendosi con meraviglia all’artista, chiede:
«Dio mio! Cos’è questo schifo? Cos’è questo odore nauseante? Ma … è una marionetta?»
La condizione umana

Sui nostri volti,
sui nostri corpi
leggo il passato.
Stiramenti, contorsioni,
anni di sofferenza,
tensioni, torture,
di lotte per elevare l’io
e ingabbiare l’essere.
Sono nato libero.
Mi ritrovo incatenato,
schiavo, marionetta inconsapevole,
prigioniero dell’egoismo dei miei nonni
che si diffonde nella storia
come una malefica epidemia.
Il ritratto
In Toscana, durante il diciottesimo secolo, c’era un piccolo paese di circa tremila anime, costruito su un cocuzzolo e circondato da estesi boschi e campi disabitati. I cittadini di questo villaggio, isolati dal resto del mondo, conducevano una vita noiosa e ripetitiva. Le uniche scarse novità erano le nascite, le morti e i matrimoni. Le poche ragazze, arrivate all’età di sedici anni, spinte dai genitori, cercavano, tra i giovani del borgo, il fidanzato più adatto per il matrimonio. Per avere il consenso del padre il giovane era tenuto a regalare al genitore un oggetto scelto dal genitore stesso. Una regola tassativa che nessuno osava violare.
Quell’anno la primavera era scoppiata in anticipo, gli alberi coloravano le periferie e un vento fresco circolava tra le case. Mara, una bellissima ragazza dai capelli e gli occhi neri, figlia dello scrivano comunale, compiva diciotto anni e non ancora aveva fatto la propria scelta nonostante il disappunto dei giovani aspiranti. Il padre, preoccupato, la spingeva, quasi quotidianamente, a decidersi ma con scarso successo. Si sentiva pieno di acciacchi e sempre più stanco. Nascondeva alla figlia il desiderio di smettere di lavorare e l’impossibilità di realizzarlo a causa della mancanza di un sufficiente risparmio per garantire la vita quotidiana. La mamma della ragazza era morta da pochi mesi dopo una strana malattia che il dottore del paese non riuscì a curare. Un anno prima erano morti il nonno e la nonna.
Quando a causa degli acciacchi fisici, il papà si rese conto che anche per lui gli anni stavano passando, egli mise da parte il grande affetto che nutriva per la figlia e la rimproverò senza remore
«Attenta! se non ti decidi in tempo rimarrai sola» ma la figlia rispondeva sorridendo
«Cosa posso fare? In questo paese non c’è nessun giovane che mi piace».
Un bel giorno arrivò, dalla strada brecciata che immetteva nel villaggio, un carretto trascinato da un mulo impolverato, condotto da un giovane pittore fiorentino di nome Francesco che girovagava tra i paesi nella speranza di vendere le proprie opere. Una bella novità per un paese addormentato. Nella piazzetta centrale gli abitanti si ritrovarono per festeggiare il viandante. Luisa, la proprietaria dell’unica osteria del villaggio, permise al giovane di pernottare in cambio di un bel quadro da appendere alla parete principale del locale.
Francesco quando era libero usava fare delle passeggiate per trovare, nella natura, nuove e continue ispirazioni. Durante una di queste escursioni, in un campo di fiori, vide Mara. Una visione paradisiaca. Una bellezza fresca e naturale che lo colpì come un fulmine a ciel sereno. Fu amore a prima vista. Anche il cuore della ragazza si mise a battere così forte da farla arrossire in modo vistoso. Presi da reciproca passione iniziarono a frequentarsi.
Una mattina Francesco, dopo un sogno appassionante, si svegliò con l’immagine di Mara nella mente, con quel fremito che lui chiamava ispirazione, che quando arrivava lo perseguitava fino alla realizzazione dell’opera. Propose alla ragazza di sedersi su un masso e di posare per lui. Mara osservava in silenzio l’artista mentre lavorava. La mano si muoveva con armonia, i pennelli oscillavano tra i colori della tavolozza e il quadro. Mara incuriosita chiese di poter dare un’occhiata ma l’ordine era tassativo: l’opera può essere vista solo alla conclusione. Dopo due ore Francesco, rivolgendosi alla sua ragazza, disse:
«Ora puoi venire a vedere»
Mara corse ad osservare il dipinto e rimase sbalordita.
«È bellissimo. Ma… io non sono così bella!» affermò con gli occhi umidi di gioia.
«Io dipingo solo ciò che vedo» rispose l’artista. «Puoi prenderlo. Te lo regalo».
Mara perse il controllo, si avvicinò al ragazzo e gli diede un bacio sulla guancia. Poi timidamente aggiunse:
«Scusa, non dovevo.»
Francesco sorrise e con dolcezza restituì il bacio.
Dopo alcuni giorni Mara, prese il padre per mano, lo accompagnò nella sua stanza e gli mostrò il quadro appeso alla parete credendo di farlo felice per aver finalmente preso la decisione. Ma il padre rimase gelido.
«È l’artista?» Chiese con voce tesa.
«Si è Francesco» rispose la ragazza meravigliata dall’atteggiamento freddo del genitore. «Che hai? Non sei contento?… Mi sono decisa... Lo amo!»
Mentre la figlia parlava pensieri atroci circolavano nella mente dello scrivano: “la porterà via per sempre. Costretta a viaggiare per tutta la vita. La rivedrò prima di morire?”. Il suo amore per Mara era così grande che non riuscì a trovare il coraggio per dire di no.
«Lo sa che deve chiedermi ufficialmente la tua mano? Lo sa che pretenderò un regalo?» disse cercando di scoraggiarla.
«Si, ma lui non ha niente. Ha solo quadri e qualche soldo guadagnato vendendo le opere. Denaro che usa per vivere»
«Bene, fallo venire, poi vedremo».
La mattina seguente il giovane timidamente si presentò dal padre della ragazza ben pettinato e con i vestiti più puliti del solito.
«Cosa posso regalarle?» domandò consapevole di non poter soddisfare alcuna richiesta.
«Desidero che tu mi faccia un ritratto»
«Oh! Bene!» disse il giovane sollevato «appena mi verrà l’ispirazione esaudirò il suo desiderio» precisò e andò via correndo dalla gioia.
I giorni passavano ma l’artista non si sentiva pronto.
«Quando arriverà questa benedetta ispirazione?» Chiedeva con sarcasmo il padre alla figlia.
«Devi avere pazienza» rispondeva Mara.
Una sera discutendo del loro futuro la ragazza domandò:
«Non avevi detto che, in qualche occasione l’ispirazione arriva solo quando ti trovi davanti alla tela vuota?»
«Sì, a volte capita»
«Allora! Vai da mio padre e fagli il ritratto. »
«E se l’ispirazione non dovesse venire?»
«Per una sola volta in vita tua, e per amore mio, potresti accettare di fare un’opera non ispirata»
«Va bene. Per il nostro amore farò come consigli».
La mattina dopo Francesco si presentò dal padre di Mara pronto per il ritratto. L’anziano scrivano si sedette vicino al tavolo e il giovane sistemò il materiale sul banchetto che portava sempre con sé mentre Mara preparava una bevanda. Il giovane prese un pennello, si fermò e stette immobile per alcuni minuti davanti al cartoncino vuoto, in tono riflessivo, come se aspettasse qualcosa. Il papà della ragazza guardava incuriosito senza capire cosa stesse accadendo.
Improvvisamente l’artista iniziò a disegnare con un carboncino. La mano si muoveva con lentezza ed ogni linea veniva tracciata come se stesse sopportando un disagio. Dopo un po’ il giovane si ricompose dicendo:
«Ho finito»
Il papà di Mara si alzò, perplesso per il poco tempo impiegato dal giovane, ed andò a vedere il risultato. Agli occhi dell’anziano apparve un disegno stilizzato.
«Cos’è questo?» Chiese «Senza colori. È triste, e poi... non mi somiglia affatto».
«Io disegno solo ciò che vedo» rispose il giovane.
«Spiegati meglio, cosa vedi in me?» domandò incuriosito l’impiegato comunale.
«Vedo un uomo frustrato, ingabbiato, dietro le sbarre, con la testa china. Privo di forze. Condannato a soffrire per le leggi della vita, per le regole del borgo. Sul suo volto ci sono i segni della sofferenza. Ogni ruga è profonda e richiama il dolore di una vicenda passata. I suoi muscoli sono tesi e contorti, il suo corpo è contratto dai problemi che la soffocano. Le torsioni, gli stiramenti sono indici del suo stato d’animo tormentato. La sua espressione è priva di speranza. Il futuro è chiuso, stabilito inesorabilmente. Una sofferenza enorme sopportata solo per amore della figlia…»
Il giovane fece una pausa e poi aggiunse:
«Mi perdoni, sono dispiaciuto ma io riesco a disegnare solo quello che vedo.»
Il segretario comunale chinò la testa, rimase in silenzio per un lungo tempo, poi, volgendosi a Mara, disse:
«Figlia, questo è l’uomo giusto per te. Andatevene da questo borgo. Fuggite, viaggiate, costruite la vostra vita con serenità e fantasia. Non vi preoccupate per me, io sono in gabbia, ma voi potete volare, liberi dalle leggi del borgo».
La lotta

Impegnato,
con ferocia ed affanno,
in questa interminabile lotta,
con il passare degli anni,
sprofondavo nel mio corpo austero,
nella mente fiera
che nutriva l’io animale,
mentre, tra i rintocchi scanditi dal tempo,
sfumava mia essenza.
Alzati

Caduto rovinosamente
lungo il cammino della vita,
indugi, stanco e spaventato.
Alzati.
Torna a correre.
Non senti i richiami che fanno eco
nelle valli del futuro?
Lo gnomo
Marisa, trentenne in crisi depressiva, camminava lentamente lungo una strada quasi desolata con i suoi capelli neri e spettinati e il suo volto segnato dalla sofferenza. Era notte e la nebbia copriva le strade bagnate. Di tanto in tanto passava qualche auto. Andava avanti senza meta, vestita con panni sgualciti, incurante del freddo umido che entrava nella pelle. La testa le scoppiava. Non beveva da circa una settimana ma la terapia disintossicante impostale dal terapeuta dell’associazione non l’aiutava ad uscire dalla dipendenza dell’alcool. Si sentiva vuota, stanca ed inutile, non aveva più voglia di vivere, afflitta da tanti pensieri martellanti, da molti dispiaceri, da troppi dolori. Le persone più care erano morte, una dopo l’altra, il padre, la madre e l’unica amica che aveva. La depressione e il successivo licenziamento aggiungevano all’ossessiva solitudine un pesante smarrimento. Non sapeva come pagare l’affitto del suo appartamento né dove andare a dormire. Non aveva amici dai quali recarsi, nessuno a cui chiedere aiuto. L’unica consolazione era l’alcool, ma quella benedetta terapia la privava anche di questo conforto, dell’unico mezzo valido per non pensare.
Un’idea fissa rimbombava nella sua mente: non rimaneva che farla finita, interrompere questo tormento. La tristezza l’avvolgeva soffocante. Era sola, il mondo non si sarebbe neanche accorto della sua mancanza. In fondo era un atto semplice, una scelta quasi obbligata. Si avviò lungo quel ponte desolato. La nebbia diventava più fitta, si vedevano appena pochi metri di asfalto e i bagliori di qualche lampione.
Si avvicinò alla balaustra del ponte e guardò giù. La nebbia come un fiume riempiva la valle. Un salto nel vuoto simile ad un volo tra le nuvole. Niente di più. Si fece coraggio e salì sulla ringhiera. Riusciva a deglutire con difficoltà la saliva che si formava nella bocca. Un sudore gelido le bagnava il viso, le mani tremavano in modo incontrollato, la testa smise di far male. Una strana pace avvolse il suo corpo. Era pronta.
Ad un tratto un sibilo metallico uscì dalla nebbia che gravava sul ponte, dai fumi diradati apparve un nano, vestito con un cappotto marrone e un cappello di lana. Camminava barcollando, come se fosse zoppo. Marisa si fermò titubante e restò in attesa mentre il suo corpo tremava visibilmente. Il nano si avvicinò e, guardandola negli occhi rossi e stanchi, le chiese:
«Conosci il tuo futuro?»
La donna lo guardò con respiro affannoso senza rispondere.
«Hai due possibili futuri» continuò il nano «uno se fai il volo ed uno se non lo fai… Vuoi conoscerli?»
«Chi sei?» Chiese Marisa.
«Sono uno gnomo e vedo il tuo futuro… Se non ti getti, se concludi positivamente la terapia iniziata, conoscerai il tuo amore, ti sposerai e avrai due figli, un maschietto e una femminuccia. Il maschio diventerà insegnante in una prestigiosa università e viaggerà moltissimo. Conoscerà tutto il mondo e suo figlio sarà uno scrittore famoso che racconterà la tua storia. Molti leggeranno il suo libro e tanti ne ricaveranno conforto. Tua figlia ti vorrà molto bene ma, quando sarà grande, ti lascerà ed andrà a fare la volontaria in Africa. Partorirà una bimba che insegnerà storia ai bambini, starà con te e ti accompagnerà fino all’ultimo giorno della tua vita». Poi fece silenzio mentre Marisa, ancora tremante, lo guardava sempre più meravigliata. Lo gnomo si avvicinò di un passo ed aggiunse:
«Se ti getti tutto finirà. I tuo figli, i tuoi nipoti e tutta la tua generazione non nasceranno e all’umanità mancheranno i loro contributi… Ora sei qui e devi scegliere».
Il nano si girò e barcollando tornò a dileguarsi nella nebbia. Marisa, senza pensare, scese dal cornicione della ringhiera, si sedette per terra e scoppiò a piangere rumorosamente, a singhiozzare così forte che sembrava che la paura di vivere le uscisse dalla bocca volatilizzandosi nell’aria.
Tornò a vivere nel centro di assistenza convinta di aver dialogato con un angelo. Passarono i mesi e, quando la terapia fu quasi terminata, sembrava rinata, tornata allo splendore giovanile. Conobbe un insegnante di storia e l’amore scoppiò e nel mondo delle favole gli gnomi fecero festa.
La vecchiaia

Ti ho visto mutare,
giorno dopo giorno,
malinconico amico,
mentre il tempo segnava il tuo volto
e affievoliva la luce della mente.
Nel passato

Come io sono.
Come tu eri.
Attraverso le immagini,
logorate ed ingiallite,
che danno sapore al passato,
fino all’essenza
che modella il sé
e accompagna l’essere.
Lettere dal fronte
Man mano che si inoltra nel paese Sara si guarda intorno osservando le case diroccate, nascoste tra i cespugli. Con difficoltà riesce a vedere i colori delle pareti sotto la vegetazione, sbiaditi dal tempo. Visitare un villaggio montano completamente abbandonato è una buona occasione per la gita scolastica di una quinta liceo. Quanti segreti nascondono questi ruderi, pensa la ragazza, quante persone, quante vicende hanno fatto la storia di questo borgo. I miei compagni di classe sono disinvolti, sorridono incuranti, ma io non riesco a condividere il loro divertimento mentre cammino lungo questi sentieri coperti da sterpaglie e il profumo della vegetazione mi entra nella pelle. Sento i messaggi occulti che provengono dalle vecchie stanze, vedo i volti degli abitanti che qui hanno vissuto, hanno pianto, hanno amato, hanno passato i momenti più belli e qui sono morti. Questi alberi pieni di fiori primaverili celano la storia del paese ma le finestre rotte, le porte cadenti invocano attenzione e le timide voci che fuoriescono dalle fessure penetrano nella mia mente e pian piano diventano assordanti.
Matteo, che per Sara nutre un affetto non ancora confessato, si volta più volte per verificare le condizioni della giovane. Troppo spesso la ragazza si estranea dal gruppo e lui si preoccupa. La professoressa se ne è accorta, controlla e fa finta di niente.
Sara si affaccia entro le stanze con delicatezza, per paura di disturbare. Un frastuono proviene da una delle case, un fracasso sgradevole che offende la pace del borgo, un gruppo di alunni gridando e scherzando è intento a spostare un pezzo di mobile caduto per terra.
«Cosa diavolo fate!» grida la ragazza «Non vi è permesso! Lasciate ogni cosa al proprio posto».
«Ma non lo vedi che è tutto distrutto?» obietta un compagno di classe «Come possiamo fare dei danni in un casino del genere?»
«Questo non vi da il diritto di spostare le cose» ribatte Sara irritata.
«È arrivato il sindaco» esclama con ironia il giovane «andiamo, va» e, insieme con gli amici, abbandona la stanza.
Sulla superfice lasciata scoperta dal mobile rimosso si vede emergere dal terreno qualcosa di scuro. Sara si china per capire meglio di che cosa si trattava. Con le mani pulisce l’oggetto. È una scatola nera in buone condizioni. Estrae il cofanetto, lo libera dai residui di terra e ci soffia sopra per far volare via la polvere depositata sulle pareti di legno. L’apre con qualche difficoltà e scopre una serie di fogli impacchettati e tenuti insieme da un nastro di colore rosso sbiadito. Sono lettere, un po’ rovinate ma ben conservate. Sul fondo della scatola ci sono alcune foto ingiallite. Sara si sente emozionata, le sembra di aver scoperto documenti importanti, fogli e foto che parlano.
Nel vecchio casolare entra Matteo.
«Che fine hai fatto?»
«Ho trovato qualcosa di interessante» risponde la ragazza mentre si siede su un masso. «Accomodati, vediamo insieme di cosa si tratta».
Il giovane si siede accanto all’amica.
«Guarda! Sono foto di un soldato… a giudicare dall’immagine saranno del periodo della seconda guerra mondiale… sono conservate con cura. Ce ne sono… uno, due … sei. Forse le lettere vengono dal fronte.»
«Da un fronte interno immagino, mi sembra un partigiano.»
«Come te ne sei accorto?»
«Non ha la divisa e poi … ha gli occhi buoni … non è un militare fascista.»
«Dagli occhi tu riesci a capire questo?»
«Anche dai suoi atteggiamenti… appare un uomo libero, sorridente nonostante quel fucile sulle spalle.»
«Leggiamo le lettere» propone Sara.
«Si, guarda! sono in ordine. Ecco la prima.»
“Cara Manuela …”. Sara inizia a leggere ad alta voce con un’emozione che colpisce l’amico. La ragazza appare, agli occhi di Matteo, circondata da un alone mistico di passione. Il giovane si controlla e reprime il desiderio di farle una carezza, poi afferma:
«Sono lettere d’amore.»
«Molto belle» aggiunge la ragazza «hanno un sapore di poesia».
«E quella serie di numeri sul bordo della lettera, scritta con piccoli caratteri?»
«Ah si… eccola! Non sono date… c’è una sequenza su ogni lettera. Sembrano note marginali senza rilevanza.»
«Cerchiamo di capirne il significato.»
«Può essere importante?» chiese Sara.
«Non si scrivono dei numeri su una lettera senza un motivo.»
«Cosa possono significare?»
«Forse è un messaggio in codice» propone Matteo forte delle sue competenze informatiche. «Proviamo ad assegnare un numero ad ogni parola. Estraiamo solo quelle indicate dalla successione e vediamo se la frase costruita ha un senso.»
«Partiamo da uno?»
«No. Dobbiamo decodificare il codice, cercare la chiave di lettura».
Dopo mezzora di tentativi Matteo avverte con entusiasmo:
«Ho trovato. Se attribuiamo alla prima parola il numero sette e aggiungiamo il numero due per ogni vocabolo mi sembra che funzioni.»
«Cosa esce dalla prima sequenza?» chiede Sara.
«Leggo la frase: “I prelevati vengono trasferiti per essere eliminati, avverti tutti, fuggite”. Vediamo se funziona anche per la seconda lettera…» Il giovane cerca la lettera, l’apre, fa i suoi calcoli e poi legge: «“L’armata degli amici attaccherà l’otto febbraio”».
«Dio mio funziona!» grida Sara con gli occhi pieni di gioia «sono messaggi inviati da un partigiano ad una militante rifugiata in questo paese per smistare le notizie». Poi, presa dell’emozione, rivede le foto. In una di esse ci sono entrambi, lui e lei, abbracciati, con un sorriso spontaneo carpito con sorpresa dal fotografo.
«Credo ci sia qualcosa di più.» aggiunge Matteo «Immagino che il soldato fosse veramente innamorato di lei… le lettere sono troppo belle. È un poeta, un artista che giocando con la forza delle parole è riuscito a comunicarle anche il suo amore».
Sara resta colpita dalle riflessioni del giovane. Lo vede dolce, il clima le sembra favorevole, si fa coraggio e domanda all’amico quello che da mesi sta meditando di chiedergli:
«Perché dici questo? Sei innamorato di me? Ho notato come mi guardi».
Matteo, colpito da tanta franchezza, china la testa e non riesce a rispondere.
«Perché non rispondi? Non credi che io possa ricambiare?»
Il ragazzo allunga una mano e le fa la carezza che aveva represso in precedenza, poi chiede:
«Cosa facciamo di questo materiale?»
«Ora posso dirtelo, per l’affetto che ci lega ti voglio fare una confessione, ho un sogno che non ho ancora rivelato neanche ai miei genitori… Desidero fare la scrittrice. Questa è una storia meravigliosa e deve essere divulgata. Sarà il mio primo racconto. Mi daresti una mano a fare le ricerche necessarie?»
«Sarà un vero piacere» risponde Matteo. Poi avvicinandosi a Sara le dà un bacio e aggiunge:
«Con la benedizione di questi cari personaggi che ci cullano i pensieri, ti chiedo di diventare la mia ragazza.»
«Ascolta!» replica la giovane alzando l’indice della mano verso il cielo «Non senti? È un coro, dicono tutti di si».

Come mi vedo
Specchio
non lasciarti ingannare dalle tracce degli anni
che segnano la superficie del mio volto.
Guarda. Sono giovane come un fiore non colto,
come quando correvo nei prati.
Lo scorrere del tempo non invecchia l’anima
e la coscienza è eterna.

Due facce della stessa medaglia
Brindo alla vita

Dove sono capitato?

Guardami!
Perché ti meravigli?
Voglio vivere il pianeta,
riscaldarmi sotto il sole,
osservare le superfici innevate,
il mare limpido degli oceani,
l’azzurro trasparente del cielo,
respirare l’ossigeno dai boschi,
leggere, scrivere, studiare,
scoprire il mio simile, amare,
e, se tu non fuggi, essere amato.
Mi dicono che
sono nato con il peccato,
continuamente in bilico tra paradiso ed inferno.
Altri affermano che dovrò tornare per seguitare a soffrire,
per numerosi cicli.
Diavolo! È decisamente sconveniente esistere.